Antiaggreganti: Secondo gli esperti, se si interrompono l’infarto è in agguato, il GISE propone un registro del rischio

Si chiama angioplastica ed è un intervento che comporta il posizionamento all’interno dell’arteria coronarica di uno stent, una sorta di “mollettina” di acciaio chirurgico rivestita di farmaci, utili a tenere aperta l’arteria coronaria. In Italia sono 150mila le persone che subiscono un’operazione di questo tipo. Di queste persone, può capitare che nell’arco dello stesso anno, il 10% necessita di ulteriori interventi, quali indagini diagnostiche invasive(come una colonscopica o gastroscopia), piuttosto che semplici cure odontoiatriche.

Ed ecco il problema, poichè l’angioplastica richiede l’assunzione a vita dell’aspirina, che ha funzione di antiaggregante, oltre un secondo farmaco anch’esso antiaggregante, necessari a evitare la formazione di trombi (trombosi di stent), la terapia antiaggregante è certamente un salva-vita, tuttavia comporta un severo evento collaterale: vale a dire il sanguinamento chirurgico, che si può evitare solo con la sospensione temporanea dell’antiaggregante, ipotesi che espone al rischio di trombosi e quindi di occlusione dello stent coronarico e al possibile sviluppo di un infarto miocardico pre-operatorio, anche a domicilio ancora prima di eseguire l’intervento stesso.

E se fino a qualche anno fa questi rischi erano certezze oggi grazie al protocollo ‘terapeutico’ del GISE (Società Italiana di cardiologia interventistica) e dalle Società Scientifiche dei chirurghi e degli Anestesisti, che misura la necessità di sospensione o prosecuzione della terapia antiaggregante in funzione del rischio emorragico di ogni singolo paziente e della tipologia intervento, i suddetti rischi si possono scongiurare.

Il protocollo, che dal 2011 a oggi ha coinvolto oltre 1000 pazienti coronaropatici, ha anche consentito di istituire un Registro. Il Registro e gli importanti risultati sono stati presentati in questi giorni al 37° Congresso nazionale GISE che si conclude oggi a Genova insieme a moltissime altre novità di cardiologia interventistica, efficaci in termini di efficienza terapeutica e sopravvivenza. In sostanza “il protocollo ad hoc” determina le indicazioni sulle sospensioni o la prosecuzione ottimali della terapia in funzione di ogni tipologia di intervento possibile.

“Abbiamo pubblicato le conclusioni e i nostri suggerimenti pratici – ha precisato il professor Giuseppe Musumeci, Presidente GISE – su riviste nazionali e internazionali, tra cui Eurointervention, la rivista della società europea di cardiologia interventistica. Ma non solo: applicando queste linee guida ad oltre mille pazienti cardiopatici gestiti durante l’intervento chirurgico abbiamo istituito un Registro prospettico i cui risultati sono stati presentati al Congresso europeo di cardiologia interventistica a Parigi dalla Dr.ssa Roberta Rossini che ha coordinato il gruppo di lavoro e pubblicati di recente su CCI (Catheterization and Cardiovascular Interventions), rivista ufficiale della società americana di cardiologia interventistica, approdando così anche negli Stati Uniti”.

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