Giornata mondiale dell’alimentazione: il clima sta cambiando, l’alimentazione e l’agricoltura anche

La FAO celebra la Giornata mondiale dell’alimentazione ogni anno il 16 ottobre, per commemorare la fondazione dell’Organizzazione nel 1945. Vi sono celebrazioni in oltre 150 paesi in tutto il mondo, e questo lo rende uno dei giorni piu’ celebrati del calendario ONU. Questi eventi fanno opera di sensibilizzazione su tutti coloro che soffrono la fame e sulla necessita’ di garantire la sicurezza alimentare e diete nutrienti per tutti.

Coltivare in modo sostenibile significa adottare pratiche che fanno produrre di più con meno, utilizzando le risorse naturali con saggezza. Significa anche ridurre le perdite di cibo prima del prodotto finale o della fase di vendita al dettaglio attraverso una serie di iniziative tra cui il miglioramento dei raccolti, dello stoccaggio, dell’imballaggio, del trasporto, delle infrastrutture, dei meccanismi di mercato, ed anche del contesto istituzionale e giuridico.

Secondo il WWF al pianeta “cotto e mangiato” serve un’agricoltura alleata della natura. La produzione di cibo divora il 38% dei territori e il 70% dell’acqua consumata. Deforestazione, allevamenti e fertilizzanti accelerano i cambiamenti climatici.

Quello che collega i cambiamenti climatici con la produzione di cibo e che mette a rischio la sicurezza alimentare globale è un vero circolo vizioso. Da un lato la prima causa del cambiamento climatico è il sistema alimentare, visto che l’agricoltura globale contribuisce con il 35% delle emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto: solo l’allevamento zootecnico contribuisce per il 18% a tutte le emissioni di gas serra. Dall’altro lato, sono proprio i territori destinati alla produzione di cibo quelli più esposti ai cambiamenti climatici indotti proprio dai gas serra. Inoltre il sistema alimentare mondiale sottrae il 70% dell’utilizzo globale umano di acqua dolce.

Per garantire la salute a lungo termine dei sistemi naturali che sostengono l’intera vita sulla Terra è un obiettivo prioritario ridurre drasticamente gli impatti negativi dell’agricoltura e della zootecnia, per un’agricoltura alleata della Natura. Nell’era del cambiamento climatico, la sfida più grande è nutrire la popolazione della Terra, che è in continua crescita (dagli attuali oltre 7,3 miliardi giungeremo nel 2050 ai 9,7 miliardi secondo la più recente e aggiornata stima ONU). Paradossalmente, l’agricoltura è un settore dell’economia che contribuisce fortemente al riscaldamento globale, ma è anche tra i più colpiti dal cambiamento climatico. Inoltre, considerato che larga parte della popolazione dei paesi in via di sviluppo si guadagna da vivere grazie all’agricoltura, un clima più instabile rischia di danneggiare gravemente sia gli approvvigionamenti di cibo sia lo sviluppo sociale ed economico di molte zone della Terra.

“L’obiettivo che il mondo si deve dare è quello di creare sistemi alimentari fortemente integrati con la vitalità dei sistemi naturali e della biodiversità e che producano cibo con il minor danno per l’ambiente e il clima. Un’agricoltura alleata della natura, capace di soddisfare le richieste di cibo di una popolazione mondiale increscente crescita e un modo equo. Pensiamo all’agricoltura come opportunità e non come minaccia dell’ambiente , come sino ad oggi è avvenuto.” – ha dichiarato Donatella Bianchi, Presidente del WWF Italia – “Nella COP22 che si terrà dal 7 Novembre a Marrakech, in Marocco, si parlerà anche di questo, perché è una delle grandi questioni da affrontare per applicare l’Accordo di Parigi, in vigore dal 4 Novembre”.

Il consumo di carne pro capite, per esempio, è in continuo aumento (sorpassando nel 2014 i 43 kg pro capite) . Anche la dieta europea è notevolmente cambiata nel corso degli ultimi 50 anni e molti di questi cambiamenti sono andati nella direzione di una maggiore assunzione di carne e derivati animali . Gli imputati principali per le emissioni di gas serra dalla produzione alimentare sono la deforestazione tropicale che cerca spazio per le coltivazioni, il metano prodotto dagli allevamenti di bovini e le risaie e il protossido di azoto prodotto in terreni eccessivamente fertilizzati. Con l’incremento della domanda alimentare dovuto alla crescita della popolazione, lo sviluppo dei paesi di nuova industrializzazione (in primis Cina, India) e l’espansione delle coltivazioni per ottenerne biocarburanti, è prevista un’ulteriore pressione sui sistemi naturali.

Secondo i più recenti studi sulla Human Footprint (la modificazione e trasformazione dei sistemi naturali dovuta alla pressione umana visibile dai satelliti che scrutano il nostro pianeta per questi scopi) il 75% della superficie delle terre emerse è in qualche modo toccato da una presenza umana misurabile.

La maggior parte della trasformazione è dovuta alle attività agricole. Se escludiamo Groenlandia e Antartide, attualmente coltiviamo il 38% delle terre emerse, 60 volte quella occupata da strade ed edifici. L’agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70% dei pascoli, il 50% delle savane, il 45% delle foreste decidue temperate e il 25% delle foreste tropicali. Dall’ultima era glaciale nessun altro fattore sembra aver avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi. La produzione di cibo influisce sulla CO2 atmosferica sia indirettamente per via dell’uso di combustibili fossili per le attività agricole, il trasporto o la refrigerazione degli alimenti, sia tramite la deforestazione spesso indotta dalle espansioni delle coltivazioni. Pesante il contributo della zootecnia, soprattutto bovina: alla produzione di carne e derivati è imputato quasi un quinto delle emissioni globali di gas serra. Basti pensare che una singola mucca può produrre, a causa della popolazione microbica presente nel rumine, dai 100 ai 500 litri di metano al giorno. Il metano è oltre 20 volte più potente dell’anidride carbonica come determinante dell’effetto serra. Produzione di mangimi e nuovi pascoli hanno impatti gravissimi sulla deforestazione (in America Latina il 70 % della foresta amazzonica è stata trasformata in pascoli.

Il WWF ha elaborato un Decalogo con 10 semplici regole per un mangiare sostenibile. Tra queste l’acquisto di prodotti locali (limita la produzione di CO2 dovuta ai trasporti), la riduzione del consumo di carne (introducendo legumi nella dieta), scegliendo il ‘pesce giusto (occhio alle taglie e a diversificare i prodotti – come indicato dal progetto WWF Fishforward), riduzione degli sprechi (1/3 del cibo acquistato finisce mediamente in spazzatura) e L’utilizzo dei prodotti meno elaborati (che contengono anche molti zuccheri, grassi e sali).

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