Depressione, ansia e attacchi di panico, ecco le 10 regole per sconfiggerla

La depressione, negli ultimi decenni sta colpendo un grandissimo numero di persone. Sconfiggere il male oscuro, ai vertici nella classifica delle patologie croniche più diffuse, è un gioco di squadra che deve coinvolgere specialisti e medici di famiglia, pazienti e familiari. A dettare le 10 regole contro la depressione il presidente della Sip Claudio Mencacci durante convegno ‘Le depressioni’.

La depressione come malattia psicologica. Al contrario della tesi genetica altri specialisti hanno focalizzato la loro attenzione su tutti quegli elementi di carattere “mentale” e sociale che potrebbero dimostrare la tesi che si tratti di una patologia che va affrontata prima di tutto con strumenti psicologici. Questa disquisizione tra le due teorie, per quanto possa sembrare inutile (del tipo: è nato prima l’uovo o la gallina), ha una sua valenza soprattutto per comprendere al meglio questo male oscuro e trovare degli strumenti per affrontarlo. Capire se elementi come gli sbalzi biochimici o ormonali siano la causa della depressione oppure dei sintomi addizionali alla stessa non è ancora chiaro. Quello che conta è capire meglio la depressione nella sua complessità fisica e psicologica per poterla affrontare con gli strumenti più efficaci ed efficienti a disposizione della medicina moderna.

Rapporto tra ansia, depressione, attacchi di panico
La paura è molto simile all’ansia, ma mentre la prima ha un oggetto (ho paura di X), la seconda è senza oggetto (mi sento in pericolo, ma non so da cosa devo difendermi). Spesso chi soffre d’ansia sperimenta anche attacchi di panico, che sono il picco massimo dell’espressione dei sintomi di cui abbiamo già parlato. L’attacco di panico è un’esperienza spiacevole e terrificante dove si sperimenta una completa perdita di controllo delle proprie emozioni: si ha paura, si crede di impazzire o di star per avere un infarto. Molte persone si recano al pronto soccorso in preda o in seguito ad un attacco di panico, ma purtroppo, talvolta i medici non sono addestrati a riconoscere le manifestazioni psicosomatiche e colludono con la richiesta degli stessi pazienti di maggiori esami fisici, parcellizzando e scomponendo il quadro sintomatico in una serie di elementi distinti.

Cosi la tachicardia diviene un problema cardiaco, il respiro affannoso un problema polmonare, la sudorazione un problema endocrinologico, la digestione difficoltosa un problema gastrointerinale, la cefalea un problema neurologico ecc. Molti soldi, sia pubblici sia privati, e molto tempo, sono quindi spesi alla ricerca di un qualche male che spieghi il proprio disagio, e nel mentre, l’ansia di avere qualcosa che non si riesce a scoprire aumenta, peggiorando lo stato generale ed allontanando la soluzione. In realtà, per quanto molto spiacevole, non esistono conseguenze fisiche degli attacchi di panico anche quando protratti nel tempo. Il peggior danno risulta essere invece quello psicologico, poiché la sensazione di impotenza e di mancanza di autocontrollo che questo evento lascia, è in grado di cambiare gravemente non solo il tono dell’umore, ma lo stile di conduzione della propria vita.

Esiste, infatti, una correlazione tra ansia e depressione. Spesso i due disturbi si presentano contemporaneamente ed in modo indipendente, ma in alcuni casi persone che per molto tempo soffrono di ansia e di attacchi di panico sviluppano a un senso di angoscia verso la propria vita che può sconfinare in una vera e propria depressione. Allo stesso tempo persone a lungo depresse, sviluppano una percezione di pericolo verso la propria vita e verso i propri pensieri distruttivi che può portare a stati ansiosi ed ad attacchi di panico. Molti psichiatri, in caso di depressione, di ansia e di attacchi di panico, suggeriscono cure farmacologiche che sono una combinazione di ansiolitici e antidepressivi.

I farmaci agiscono sui sintomi e tendono a diminuire il loro impatto sulla qualità di vita dei pazienti, pertanto il loro utilizzo risulta essere spesso molto importante, soprattutto nei casi più gravi. Su un piano psicologico però è fondamentale distinguere i casi in cui un disturbo è la conseguenza dell’altro ed orientare la terapia di conseguenza. In altri termini, focalizzare un lavoro terapeutico di una persona depressa che ha sviluppato sintomi d’ansia sulle modalità di gestione di quest’ultima, avrà un beneficio, ma non risolverà i problemi alla base del disturbo, cosi come, al contrario, focalizzarsi sul sentimento di abbandono/rabbia/tristezza di una persona ansiosa che manifesta sintomi depressivi, come un basso tono dell’umore o pensieri di morte, senza intaccare i suoi comportamenti evitanti ed i suoi conflitti interni, migliorerà il tono dell’umore, ma non avrà un reale impatto nel miglioramento della sua qualità di vita.

1. Arrivare prima alla diagnosi. Il tempo medio è ancora molto alto: secondo le casistiche più recenti è di 2 anni, che intercorrono dall’insorgenza dei primi sintomi fino alla malattia conclamata e dunque l’inizio delle terapie. Due anni è anche il tempo medio per decidersi a consultare un medico, con le conseguenti implicazioni sulle manifestazioni, l’efficacia delle cure e il recupero dalla malattia. Per la Sip “il ruolo femminile è cruciale: le donne, oltre a essere colpite dalla malattia in maniera doppia rispetto gli uomini, nel loro ruolo di caregiver possono identificare i primi segnali e orientare precocemente alle cure”;

2. Migliorare la formazione dei medici. Non solo degli specialisti, ma anche di medici di medicina generale, pediatri, ginecologi, geriatri, diabetologi, cardiologi, pneumologi e di ogni altra specialità medica che potrebbe interagire efficacemente con pazienti affetti da disturbi e malattie mentali;

3. Informare e informarsi. Per gli psichiatri “occorre avviare campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alla popolazione generale”. La migliore conoscenza porta infatti a ‘identificarsi’ con il problema, a prenderne coscienza e a chiedere l’aiuto di un medico e/o di uno specialista. La condivisione del problema, tipicamente femminile, consente di ampliare il messaggio.

4. Intercettare e prevenire lo stigma. “Occorre identificare contesti e situazioni in cui potrebbe esistere una difficoltà a parlare del proprio problema”, invitano gli esperti. Studi recenti hanno evidenziato ad esempio che donne residenti in piccoli centri non solo hanno meno episodi depressivi, ma impiegano anche meno tempo a decidere di rivolgersi al medico e/o allo specialista;

5. Curarsi bene. Significa non solo avere accesso alle cure, ma anche e soprattutto seguire le terapie secondo le modalità indicate dal medico di medicina generale e/o, laddove necessario, dal medico specialista e in particolare dallo psichiatra, in funzione dei diversi bisogni o della gravità della patologia;

6. Non interrompere mai le cure. “Il ‘fai da te’ decisionale non è mai ammesso in nessun percorso terapeutico – ammonisce la Sip – specie nelle malattie o nei disturbi mentali in cui ricaduta, nuovi episodi, riacutizzazione delle manifestazioni o riesposizione a fattori di rischio sono spesso frequenti”;

7. Seguire uno stile di vita sano. Gli psichiatri lo intendono “in tutte le sue sfaccettature”: dalla corretta alimentazione (evitando cioè cibi che abbiano naturalmente al loro interno componenti eccitanti), alla correzione di comportamenti voluttuari (azzerando il consumo di alcool e droghe che hanno importanti effetti sul sistema nervoso centrale e sulle funzioni mentali), alla pratica regolare di attività fisica (almeno 40-60 minuti di sano movimento per 3-4 volte a settimana), fino a limitare una vita ‘multitasking’, ossia impegnata su troppi fronti come nel caso della donna (professionista, madre di famiglia, compagna di vita) e con più occupazioni ugualmente impegnative, emotivamente e mentalmente coinvolgenti e stimolanti.

8. Prestare attenzione ai segnali d’allarme. Non soltanto alla perdita di interesse e/o di piacere per le cose normali (vita professionale, sociale o di relazione), ma anche agli aspetti cognitivi. Occhio per esempio ai cali di concentrazione, attenzione e memoria di lavoro, e ad altri segnali spesso trascurati come la tendenza a procrastinare una decisione o l’incapacità di attuare strategie di ‘problem solving’, in contesti sia banali sia più complessi;

9. Non trascurare qualità e quantità del sonno. “Un sonno breve e disturbato – ricordano gli specialisti della Sip – può rappresentare un importante fattore di rischio per la comparsa e il perdurare di problemi depressivi. L’adattamento al cambio di fuso orario, spesso indotto dalla velocità di spostamento in tempi molto brevi (andata e ritorno da un viaggio intercontinentale), o l’esposizione a contesti che richiedono una rapida flessibilità mentale, possono influire sul sonno che a sua volta interagisce con il corretto sviluppo e la maturazione cerebrale non solo degli adolescenti, ma anche dei giovani adulti. Diversi studi scientifici hanno dimostrato una stretta relazione fra depressione, scarsità di sonno e attivazione di fenomeni infiammatori che sono alla base della comparsa di differenti patologie tra cui diabete, ipertensione e la stessa depressione”;

10. Confidarsi e parlarne, informare le persone care. Nel percorso di recupero da uno stato depressivo, che oltre alle cure mediche prevede quelle psicoterapiche, è fondamentale avere accanto “un ambiente familiare accogliente, comprensivo, poco giudicante, che non stimoli sentimenti di vergogna, ma che sostenga in tutte le fasi della malattia. Un’attenzione che va riservata maggiormente alla donna – concludono gli esperti – più esposta non solo allo sviluppo di patologie croniche (complice la più lunga durata della vita), ma anche a un maggiore decadimento cognitivo quale importante effetto collaterale dei disturbi depressivi”.

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