Diabete è allarme: miete vittime come uno tsunami, pericolosità non percepita da istituzioni e popolazione

Il diabete oggi uccide come uno tsunami, ma la sua pericolosità non è ben percepita da istituzioni e popolazione. E questo si riflette anche sulla scarsità dei fondi destinati alla ricerca in questo settore. Mentre è vitale darsi da fare per cercare nuove soluzioni terapeutiche. “E’ ora di risvegliarsi da un sonno che è durato troppo a lungo e che non solo ha ridotto la potenzialità dei ricercatori dell’area del diabete che operano in Italia, ma ha contribuito a declassare la malattia ad una sorta di fastidio molto diffuso ma senza particolari conseguenze per la salute, tranne pochi casi sfortunati. Purtroppo non è così – afferma Giorgio Sesti, presidente della Società italiana di diabetologia (Sid) in apertura del convegno ‘Il diabete in Italia fra ricerca e assistenza’, in Senato, in occasione della Giornata mondiale della malattia – e nasconderlo impedisce non solo il sostegno alla ricerca, ma anche l’accesso alle cure migliori”.

“Le uniche che possono garantire una riduzione di morti, infarti, ictus, amputazioni, insufficienza renale con necessità di dialisi, perdita della vista e tutto quello che il diabete curato male può causare”, prosegue Sesti. La qualità della ricerca italiana sul diabete si colloca al terzo posto nella graduatoria mondiale quando agenzie specializzate la valutano dai suoi prodotti scientifici (i lavori pubblicati sulle riviste internazionali), e diventa prima se il risultato è aggiustato per gli scarsi finanziamenti ricevuti. In Italia si fa ricerca sul pancreas artificiale, sui trapianti di cellule staminali, sulla genetica della malattia, sui marcatori di rischio di diabete e di complicanze, sulle origini della malattia e dei danni che può causare. In tutti i campi della ricerca diabetologica gli italiani godono di grande credibilità internazionale.

Ma i fondi per la ricerca sono troppo pochi. Le istituzioni pubbliche destinano alla ricerca sul diabete fondi modesti: in media circa 2,5 milioni di euro all’anno, pari a circa 5mila euro all’anno per ognuno dei circa 500 ricercatori attivi nell’area del diabete in Italia (moltissimi dei quali in posizioni precarie). E i cittadini fanno ancora meno per il diabete: le donazioni liberali e quanto destinato con il 5xmille ammontano a poco più di 100mila euro all’anno. In pratica una media di circa 200 euro per ricercatore.

“Per questi motivi la Sid, insieme alla Fondazione e all’Associazione Diabete Ricerca  ha pensato a una roadmap basata su 8 step”.

1. Creare nell’opinione pubblica un senso di urgenza, un bisogno di cambiamento radicale nelle politiche, superando qualsiasi conflittualità tra le parti. Non essere disposti ad accettare la negazione dell’emergenza, la non conoscenza delle dimensioni del problema, la paura della malattia o l’isolamento.

2. Rimuovere le barriere e i pregiudizi nei confronti della malattia e garantire l’accesso alle migliore terapie a tutti i cittadini senza discriminazioni.

3. Avere una visione strategica che unifichi gli sforzi per fornire una corretta informazione ai cittadini, un’approfondita formazione agli operatori sanitari e i necessari finanziamenti alla ricerca.

4. Creare collaborazioni stabili e reti di ricerca che consentano di condividere i dati, monitorare la malattia, di valutarne i reali costi diretti e indiretti, di sperimentare nuovi farmaci o nuovi approcci diagnostico-terapeutici.

5. Pensare in modo non convenzionale e fuori dagli schemi per favorire la scoperta di nuove terapie di frontiera.

6. Attrarre e supportare economicamente i giovani ricercatori perché possano continuare a svolgere le loro ricerche in Italia.

7. Creare successi a breve e medio termine da diffondere ai cittadini in modo trasparente rendicontando ogni euro speso per la ricerca.

8. Investire più fondi pubblici e privati per la ricerca in campo diabetologico attraverso programmi speciali pluriennali da parte delle istituzioni pubbliche e raccolta fondi attraverso il crowdfunding.

“La ricerca sul diabete in Italia – dichiara Enzo Bonora, presidente della Fondazione Diabete Ricerca – si può legittimamente definire orfana del contributo volontario dei cittadini ed è poco sostenuta anche dalle istituzioni pubbliche. Questo è comprensibile per il fatto che esiste una mancata percezione di cosa sia il diabete e del fatto che il diabete, purtroppo, può uccidere le persone o renderle disabili. E’ tempo di cambiare: è arrivato il tempo che i cittadini e i decisori politici considerino il diabete una priorità socio-sanitaria”.

Nel mondo ci sono oggi 415 milioni di soggetti affetti da diabete, che potrebbero diventare 642 mln nel 2040 con gli attuali trend di crescita: è questa la stima dell’International Diabetes Federation. E anche per il Global Burden of Disease 2015 Study, che ha recentemente pubblicato l’analisi della cause di mortalità relative a 249 malattie in 195 Paesi, compresa l’Italia, il diabete causa nel mondo oltre 1,5 milioni di morti, con un incremento del 32% nell’ultimo decennio (2002-2015). Nel mondo, ogni 6 secondi – ricordano gli esperti – muore una persona con diabete a causa della malattia o per le sue complicanze.

I dati più recenti dell’Osservatorio Arno Diabete documentano che il tasso di prevalenza totale del diabete in Italia è pari al 6,2% pari a circa 4 milioni di persone. Ad essi va aggiunto un milione di persone che ignorano di avere la malattia. Inoltre in Italia ogni anno fra le persone con diabete che vivono in Italia si registrano 75mila infarti (uno ogni 7 minuti), 50mila ictus (uno ogni 10 minuti) e 10mila amputazioni (una ogni 52 minuti). Ogni 4 ore una persona con diabete inizia la terapia dialitica (circa 2mila all’anno).

E ogni anno circa 50mila persone con diabete sviluppano un problema importante alla vista. Quanto ai costi, uno studio dell’Osservatorio Arno Diabete ha stimato che il costo medio annuo per paziente è pari a 2.792 euro, una cifra generata dalle spese di assistenza ospedaliera (51%), di spesa farmaceutica (32%) e di assistenza ambulatoriale (17%).

A questi vanno aggiunti i costi indiretti che, secondo uno studio della London School of Economics, sono pari a 12 miliardi di euro dovuti per lo più a prepensionamenti e assenze dal lavoro. Numeri, concludono gli esperti, da tsunami economico.

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