Con il guanto hi-tech sei quadriplegici muovono le mani

Un esoscheletro per tornare a camminare o per tornare ad afferrare qualcosa con le mani. Medicina e tecnologia lavorano insieme per superare ostacoli fino a pochi anni fa impensabili. Al Sant’Anna di Pisa è stato messo a punto un guanto che permette ai quadriplegici (braccia e gambe paralizzate) di poter prendere una tazza di caffè con le proprie mani.

La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa è uno dei centri d’eccellenza per la robotica ed i ricercatori sono riusciti a realizzare un guanto hi-tech in grado di far muovere le mani a chi non può più. Si tratta di un sistema non invasivo che sfrutta l’attività elettrica del cervello insieme al movimento delle palpebre.

Il controllo diretto del cervello dei sistemi robotici avanzati promette miglioramenti sostanziali nell’assistenza sanitaria, per esempio, per ripristinare il controllo intuitivo dei movimenti della mano necessari per le attività della vita quotidiana nei tetraplegici, come tenere una tazza e bere, mangiare con le posate, o manipolare oggetti diversi. Tuttavia, tali sistemi robotici, a controllo neurale devono ancora essere ampiamente testati.

Sei tetraplegici, 5 uomini e 1 donna, di età compresa tra i 14 e i 30 anni grazie al guanto hi-tech sono riusciti nelle normali attività quotidiane come mangiare e bere, aprendo e chiudendo la mano paralizzata. I risultati suggeriscono che il cervello, insieme all’assistenza della tecnologia neurale, è in grado di ripristinare l’autonomia e l’indipendenza della vita quotidiana nei soggetti tetraplegici.

La nascita degli esoscheletri risale a metà degli anni ’60, quando la General Electric iniziò il programma di sviluppo di Hardiman, un esoscheletro meccanico che avrebbe permesso ad un essere umano di sollevare quasi 700 chilogrammi. Il progetto venne abbandonato a causa di problematiche tecniche, tra cui il peso eccessivo dei materiali.

Da allora sono stati fatti molti passi avanti e quelli ancora da fare sono ancora tantissimi, ma la strada da percorrere sembra più che mai chiara, tanto che secondo Maria Chiara Carrozza, dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Sant’Anna “Si tratta della prima fase di una sperimentazione molto preliminare e tesa a dimostrare il funzionamento di questa tecnologia…in Italia contiamo di mettere a punto entro il 2017 il protocollo per una nuova sperimentazione“.

Secondo la ricercatrice è indispensabile l’interesse dell’industria perché questa tecnologia possa diffondersi grazie all’abbassamento dei costi “e rendere queste tecnologie alla portata di tutti. Bisognerà trovare la strada, ma è possibile che questo possa richiedere meno di dieci anni“. Nel frattempo gli esoscheletri diventeranno più leggeri, più funzionali e meno visibili.

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