La Mummia di un bambino morto nel 600 riscrive la storia del vaiolo

Il Dna del virus del vaiolo è stato ritrovato nel corpo mummificato di un bambino morto nel Seicento in Lituania. La mummia è stata rinvenuta insieme a un’altra ventina nella cripta della chiesa dello Spirito Santo nella capitale lituana. Sepolto qui nel 1654 dopo che era morto a causa del vaiolo durante una delle epidemie che colpirono Vilnius, il corpo del piccolo si è conservato fino ai giorni nostri proprio grazie alle particolari condizioni del luogo di ritrovamento. Questo ha permesso ai ricercatori di esaminare il virus e scoprire che il vaiolo, oggi debellato, potebbe aver colpito l’uomo solo qualche secolo prima, e non millenni fa come si è sempre creduto.

L’analisi del materiale genetico sembra indicare che la forma più letale della malattia non sarebbe comparsa millenni fa. A indicarlo è uno studio internazionale pubblicato su Current Biology, a 37 anni esatti dall’eradicazione del vaiolo, certificata il 9 dicembre 1979. Stando a quello che è il più antico campione di virus mai scoperto, la malattia avrebbe fatto la sua comparsa soltanto nel Sedicesimo secolo, giusto in tempo per essere “trasportata” dai coloni europei nel Nuovo Mondo e non molto prima, come avevano fatto intendere i segni trovati sulle mummie degli antichi egizi.

”Questo studio aggiusta le lancette dell’orologio dell’evoluzione del vaiolo riportandole ad un’epoca molto più recente”, spiega Eddie Holmes, biologo dell’Università di Sydney che ha partecipato alle ricerche insieme a colleghi canadesi, finlandesi e lituani. Il gruppo ha potuto estrarre il materiale genetico del vaiolo dalla mummia solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): in seguito lo ha sequenziato e poi confrontato con altri 49 ceppi moderni. Grazie ai dati ottenuti, è stato possibile tracciare un albero genealogico che riconduce tutti questi virus ad un unico antenato comune che sarebbe comparso tra il 1530 e il 1654, anche se rimane ancora da capire quale animale potrebbe aver fatto da ‘incubatore’ permettendo poi al virus di fare il salto di specie attaccando l’uomo.

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