La carne rossa aumenta fino al 23% il tasso di mortalità del cancro al seno

La carne rossa è già stata imputata di favorire lo sviluppo del cancro al colon, per cui sono molti i nutrizionisti che consigliano un consumo moderato di questo alimento. Ma la carne rossa pare non si limiti a favorire il tumore all’intestino, ma arriverebbe a favorire anche quello al seno.  Un nuovo studio dell’Università della Carolina del Nord, negli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Journal of TheNational Cancer Institute ha evidenziato come consumare tanta carne rossa cuocendola alla brace o al barbecue, aumenta fino al 23% il tasso di mortalità per le donne sopravvissute a un cancro al seno.

Gli autori dello studio in hanno seguito 1508 donne americane sin dal 1986 con diagnosi di cancro al seno, concentrandosi sul loro consumo di carne rossa (ovvero manzo, maiale, vitello, agnello, capra e cavallo) cucinata alla brace. Alla fine dello studio sono decedute 597 donne, e per il 40% di loro il decesso è intervenuto a causa del loro tumore. I ricercatori hanno anche scoperto che in caso di un eccessivo consumo di carne cotta alla griglia, le donne incluse nello studio hanno visto aumentare del 23% la loro probabilità di morire a causa del tumore e del 17% la possibilità di morire per altre cause.

Il nuovo studio si presenta come il primo ad aver esplorato il collegamento tra l’assunzione di carne rossa fin da quando si è giovani, giovani adulti, e il cancro al seno. I precedenti studi, infatti, si erano concentrati sul rischio associato alla dieta durante le mezza età o da anziani. Questi stessi studi hanno suggerito che non vi era alcuna associazione significativa tra la carne rossa e il tumore del seno. Nonostante ciò, vi sono molte evidenze che suggeriscono che alcuni fattori di rischio, come anche i fattori dietetici, possono avere maggiori effetti sullo sviluppo del cancro al seno durante la prima età adulta.

Quali sono i componenti cancerogeni della carne rossa? Nel 2013 sono stati pubblicati i risultati di uno studio di ampio respiro: il Progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), promosso dall’Unione europea, dallo IARC e cofinanziato anche da AIRC. Condotto su oltre mezzo milione di partecipanti provenienti da tutta Europa, lo studio ha confermato un’associazione positiva tra consumo di carni lavorate e morti premature per malattie cardiovascolari e per cancro, soprattutto al colon-retto e al seno. Lo studio EPIC ha però anche dimostrato, di contro, che un consumo di piccole quantità di carne rossa ha effetti benefici per la salute, fornendo importanti vitamine e nutrienti specifici. L’effetto mutageno della carne rossa fresca è attribuito alla presenza del ferro EME (un potente ossidante) e alla capacità della carne in demolizione nell’intestino di produrre sostanze che modificano la composizione delle colonie di batteri che vivono nel nostro intestino.

Nell’insieme questi effetti sembrano avere un ruolo essenziale nella genesi del cancro del colon. Diversi studi hanno mostrato come i processi di lavorazione e conservazioni aumentano la capacità delle carni di danneggiare la salute umana. Una grande metanalisi pubblicata nel 2010 dall’Harvard School for Public Health ha rilevato un aumento di rischio di infarto e diabete in chi consuma carne rossa lavorata, come bacon e salsicce, ma non in chi consumava carne rossa fresca (mentre per quel che riguarda il cancro, il rischio esiste anche per i forti consumatori di carne fresca). I meccanismi molecolari non sono ancora del tutto chiari ma è probabile che la differente quantità di sale e conservanti contribuisca a modulare il rischio tra carne rossa lavorata e non lavorata. Anche il già citato studio EPIC ha fornito prove in questa direzione: il rischio di morire prematuramente di cancro o malattie cardiovascolari aumenta all’aumentare della quantità di carne lavorata consumata.

Secondo EPIC, le morti premature potrebbero essere ridotte del 3% ogni anno se le persone consumassero non più di 20 grammi di carne lavorata al giorno. È bene chiarire che gli studi epidemiologici non fanno distinzioni sulla base della qualità del prodotto (carne di alta qualità o bassa, salumi artigianali o industriali). Per quel che riguarda le carni rosse non lavorate una tale distinzione non avrebbe nemmeno senso, perché i composti chimici che risultano mutageni (il ferro EME e alcune proteine frutto della decomposizione nell’intestino) non dipendono dalla qualità della carne.

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