Sangue infetto, maxi risarcimento da 1 milione di euro

Il Ministero della Salute dovrà pagare un risarcimento che ammonta a 960mila euro ai familiari di Salvatore Furesi, un uomo di Alghero morto nel 2003 in seguito ad una trasfusione di sangue infetto nel 1988 a Sassari. E’ questo quanto deciso dal giudice monocratico del Tribunale di Cagliari Doriana Meloni nei giorni scorsi. Secondo quanto riferito, l’errore avvenne nel corso di un’operazione per un bypass al cuore, al quale Salvatore Furesi si era stato sottoposto ed in seguito al quale lo stesso aveva contratto l’epatite C, la cirrosi epatica trasformati poi in un tumore al fegato, che l’ha ucciso in pochissimo tempo.

La donna ha raccontato che il calvario del marito durato parecchio tempo e cominciato a seguito di un intervento nel corso del quale ebbe bisogno di una trasfusione, la quale si rivelò l’inizio dell’incubo; come abbiamo anticipato, in seguito alla trasfusione, l’uomo contrasse l’epatite C che si è poi trasformata in giro così e poi in un tumore un calvario durato otto anni fino a quando nel 2003 Salvatore amore.

La vittima era un impiegato dell’Enel, dove faceva l’elettricista ormai da parecchi anni. “Ho seguito questa vicenda fin dall’inizio Quando è venuto ha raccontarmi la sua storia ho deciso subito di difenderlo. Voglio giustizia”, ha raccontato l’avvocato Alberto Oggiano. “Quello che sta succedendo a me non deve capitare a nessun altro”, ripeteva Salvatore al suo legale che ha citato in giudizio il Ministero della Salute nel 2009. Dunque, nonostante ci siano voluti otto anni, adesso è stata fatta giustizia e Salvatore potrà finalmente riposare in pace. Il caso del sangue infetto in Italia scoppiò tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 quando si scoprì che alcune aziende farmaceutiche hanno commercializzato nel nostro paesi flacone di emoderivati contaminati.

La decisione del 24 maggio 2016 del Tribunale di Firenze consente di fare il punto su alcuni dei principali aspetti problematici delle controversie risarcitorie promosse dalle persone contagiate da un virus a seguito della trasfusione di sangue infetto ovvero dai loro eredi o prossimi congiunti. Diversi sono i soggetti che possono essere chiamati a ristorare i pregiudizi in tal modo verificatisi. Tale pluralità, cui consegue una divaricazione dei regimi di responsabilità applicabili a siffatte pretese, è a sua volta foriera di ulteriori complicazioni che investono la disciplina della prescrizione.

Il Tribunale di Firenze, nella sentenza pubblicata il 24 maggio 2016 si occupa di varie questioni concernenti la risarcibilità dei danni riportati da chi, dopo essere stato sottoposto a una trasfusione di sangue contaminato da un virus, ha contratto un’infezione. Rispetto alle pretese di tal fatta, che dalla fine del secolo scorso sono cresciute vorticosamente dando vita a un contenzioso di dimensioni ragguardevoli, si è registrata nella casistica l’emersione di non pochi profili problematici, su alcuni dei quali peraltro ha già preso posizione la giurisprudenza di legittimità.

Un primo elemento di complessità discende dalla pluralità dei soggetti contro cui è teoricamente esperibile l’azione risarcitoria:

– il personale sanitario che ha praticato la trasfusione,
– la struttura dove quest’ultima è stata eseguita,
–  la branca dell’amministrazione centrale investita del compito di vigilare sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati.

Meno frequente è, nella prassi, l’evocazione in giudizio degli appartenenti al primo gruppo, ancorché sia stata configurata la responsabilità quanto meno colposa, se non proprio integrante gli estremi del dolo eventuale, a carico dei medici di un centro trasfusionale che non si astengano dal fornire sangue proveniente da donatori rimasti ignoti e sui quali non sia consentito effettuare alcuna verifica (App. Firenze 7 giugno 2000).

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