L’allevamento intensivo distrugge, a rischio 70% della biodiversità

Nell’allevamento intensivo, le vacche da latte vengono trattate come macchine e spinte oltre i propri limiti naturali. Uno sfruttamento impietoso spietato che provoca spesso dolorosissime mastiti, zoppie. In Italia non hanno pressochè mai accesso al pascolo, confinate per tutta la loro vita dentro un capannone. A lanciare l’allarme è Philip Lymbery, direttore internazionale di Ciwf, che ha pubblicato anche in Italia il libro ‘Dead Zone’ che presenterà a Bologna il prossimo 24 aprile. Ogni capitolo di Dead Zone è dedicato ad una specie iconica: dal giaguaro in Brasile, all’elefante di Sumatra, dal pinguino africano all’allodola in Italia, al bisonte nelle pianure centrali degli Usa.

La storia di ogni specie si interseca inevitabilmente con gli impatti di un’allevamento intensivo che le sue preoccupanti implicazioni: per nutrire le decine di miliardi di animali allevati ogni anno nel mondo (sono quasi 800 milioni in Italia), è necessario coltivare intensivamente i cereali. Per fare questo e per fare posto a nuovi allevamenti, secondo l’autore disboschiamo ogni anno una superficie equivalente a quasi la metà dell’Italia.

La perdita di habitat che ne consegue è una delle cause principali di estinzione di alcune specie iconiche, come il giaguaro in Brasile. Lo stesso destino tocca all’Elefante di Sumatra, che oggi si contende il territorio con gli abitanti dell’isola per lasciare spazio alle piantagioni delle palme da olio, il cui nocciolo viene utilizzato come mangime per le vacche e i suini, e di cui l’Ue è fra i primi importatori.

“Quando si tratta di sopravvivenza”, scrive Lymbery, “l’uomo e la fauna selvatica sono sulla stessa barca”. Gli animali selvatici stanno scomparendo ad una velocità che è 1000 volte quella che sarebbe normale. Secondo la Fao i suoli a livello globale saranno fertili ancora per soli 60 raccolti.

Gli impatti devastanti degli allevamenti intensivi, spiega Annamaria Pisapia direttrice di Ciwf Italia Onlus, “sono ancora poco noti al grande pubblico, anche in Italia. Per questo siamo felici che anche gli italiani possano avere la possibilità di conoscere quanto un’industria sempre più globalizzata stia minacciando la nostra capacità di produrre cibo in futuro”.

“Scenari preoccupanti in cui il nostro Paese è profondamente coinvolto, che possono trovare una svolta positiva solo con un consumo consapevole, che riduce sensibilimente il consumo di carne, adotta alternative vegetali e acquista solo prodotti da animali allevati con alti livelli di benessere e che hanno quindi un minore impatto sulla nostra salute e sull’ambiente.”

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