Uso scorretto del cellulare causa tumore al cervello

Per la prima volta al mondo è stata emessa una sentenza in tribunale che riconosce il nesso fra l’uso scorretto del telefonino e il tumore al cervello. Il Tribunale di Ivrea ha condannato l’Inail a corrispondere al lavoratore, Roberto Romeo 57enne dipendente di Telecom Italia che utilizzava il telefono dalle 3 alle 4 ore al giorno, la rendita vitalizia da malattia professionale.

“Per quindici anni ho lavorato quattro ore al giorno con il telefono cellulare – spiega Roberto Romeo -, non voglio demonizzare il cellulare, ma voglio che ne venga fatto uso consapevole. Le persone devono essere informate dei rischi”.

L’effetto era già stato riconosciuto nel 2011 dalla Iarc e in precedenza si erano pronunciate la Corte d’Appello di Brescia e la Cassazione. “Il fatto che i tribunali italiani riconoscano la causa oncogena insita nei campi elettromagnetici generati dai cellulari – sottolinea l’avvocato Bertone – è il segno del continuo avanzamento delle conoscenze scientifiche. E’ importante che tutti gli italiani siano al corrente dei rischi che corrono utilizzando i cellulari. E’ importante che i bambini e le donne in gravidanza non usino il cellulare. Senza dimenticare l’esposizione passiva, con lo stesso meccanismo del fumo passivo». Per questo motivo è stato creato un sito neurinomi.info in cui sono raccolte tutte le informazioni utili per chi usa abitualmente e in maniera intensa il cellulare.

Un “gran numero di studi sono stati condotti negli ultimi vent’anni per capire se l’uso del telefonino rappresenta un rischio potenziale per la salute umana. Ma al momento non sono stati provati effetti avversi” provocati dall’impiego del cellulare. Lo ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità, precisando che gli studi finora hanno indagato gli effetti dei campi a radiofrequenza su attività elettrica del cervello, funzione cognitiva, sonno, battito cardiaco, pressione e tumori. Un tema caldo alla luce della sentenza di Ivrea, che ha riconosciuto un nesso causale tra l’uso prolungato del cellulare e il tumore al cervello. Ebbene, l’Oms ricorda che il gruppo di esperti dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato nel 2011 i campi elettromagnetici a radiofrequenza quali “possibili cancerogeni” per l’uomo (gruppo 2B).

Il gruppo di lavoro – 31 scienziati di 14 Paesi – aveva concluso che l’analisi dell’uso dei telefoni cellulari per oltre 10 anni non aveva dimostrato un aumento del rischio di glioma o meningioma, ma per gli esperti Oms c’erano “alcune indicazioni di un aumento del rischio di glioma” per i super-utenti che stanno per ore e ore al giorno al telefonino.

Le evidenze al momento disponibili, precisava la Iarc, sono limitate a queste due neoplasie. “Stiamo ancora indagando – puntualizzava all’epoca il coordinatore del comitato, Jonathan Samet della University of Southern California – Finora i dati sono sufficienti a classificare i campi elettromagnetici a radiofrequenza come agenti cancerogeni di gruppo 2B”, ossia “potenzialmente cancerogeni per l’uomo”.

Ciò significa che potrebbero esserci rischi legati all’uso dei cellulari, ma che occorre continuare a monitorare con attenzione il legame fra telefonini e tumori. Nell’attesa di ulteriori dati, la raccomandazione degli esperti Iarc era quella di ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza, per esempio utilizzando gli auricolari o preferendo gli sms alle telefonate.

Una raccomandazione ribadita dall’Oms, che sottolinea l’aumento in questi anni dell’uso del telefonino, anche da parte di gruppi vulnerabili come ad esempio i giovanissimi. L’Oms evidenzia inoltre l’importanza di ulteriori ricerche sugli effetti dell’uso del cellulare per periodi maggiori ai 15 anni e il rischio di tumori al cervello, precisando che sono in corso indagini su bambini e adolescenti.

“Al momento nessuno studio suggerisce una evidenza consistente di eventi avversi per la salute dall’esposizione” alle onde dei telefonini, ricorda infine l’Oms, concludendo anche che gli studi sugli animali non hanno mostrato un “aumento di rischio di tumori dall’esposizione a lungo termine”.

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