I tumori infantili e il caso della Terra dei Fuochi

Nella Terra dei Fuochi, quell’area con cui si identificano 54 Comuni compresi tra la provincia meridionale di Caserta e quella settentrionale di Napoli, i bambini si ammalano più facilmente di tumore oppure no? Nelle ultime settimane la questione è finita sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani. La risposta pareva affermativa, a una prima lettura del rapporto Istisan redatto dall’Istituto Superiore di Sanità. Ma i dati sono in parziale controtendenza rispetto a quelli diffusi dall’Associazione Italiana di Oncologia ed Ematologia Pediatrica (Aieop).

“Nell’area in questione non ci risulta l’aumento delle diagnosi di tumore: nemmeno al sistema nervoso centrale”, chiarisce Franca Fagioli, direttore del reparto di oncoematologia pediatrica e centro trapianti dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino e presidente della società scientifica.

Per fare chiarezza, è necessario riepilogare quanto accaduto nell’ultimo mese. A metà gennaio molti giornali hanno rilanciato i dati dello studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità per valutare il numero dei ricoveri ospedalieri e i tassi di mortalità relativi al periodo compreso tra il 2005 e il 2011 registrati nei 55 Comuni delle province di Napoli e Caserta (esclusi i due capoluoghi). In 17 di questi, serviti dal Registro Tumori dell’Asl Napoli 3 Sud, è stata presa in esame anche l’incidenza (il numero di nuovi casi in un anno) delle malattie oncologiche.

Come spiegato dallo stesso Istituto, “le analisi condotte sull’insieme dei Comuni della Terra dei Fuochi mostrano che il profilo di salute dei bambini presenta alcune criticità nel primo anno di vita”. Si evince un “eccesso di bambini ricoverati per malattie oncologiche nelle province di Napoli e Caserta e un aumento di incidenza e ricoveri a causa di tumori del sistema nervoso centrale”. Si tratta delle conclusioni di uno studio descrittivo, che nulla dice in merito ai presunti rapporti di causa ed effetto tra l’inquinamento ambientale e l’incremento delle diagnosi oncologiche. Ma tanto è bastato a porre l’attenzione su un’area del Paese caratterizzata dagli anni ’80 dalla presenza di siti di smaltimento (e combustione) illegale di rifiuti.

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LA MAPPA DEI TUMORI INFANTILI IN ITALIA 
A poco è servito, nei giorni successivi, far sapere che «i dati relativi alla mortalità nell’età evolutiva sono analoghi a quelli osservati nel resto della Regione». Loredana Musmeci, direttore del dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto Superiore di Sanità, di fronte all’eco assunto dalla vicenda, ha cercato di tranquillizzare un’intera regione. “La situazione di questa fetta della Campania non è diversa da quella di Taranto o Porto Marghera, di Porto Torres o di Gela”, ha spiegato attraverso le colonne de Il Mattino. Più che il numero di decessi, in realtà, a colpire era stato l’aumentato rischio a cui non possono sottrarsi i bambini nati tra le province di Napoli e Caserta. Davvero chi nasce in quell’area del Paese è più sfortunato rispetto al resto della popolazione infantile italiana? In realtà no, conferma l’Aieop: “L’epidemiologia dei tumori pediatrici è omogenea su tutto il territorio nazionale”. Attualmente sono circa 1380 e 780 rispettivamente i bambini e gli adolescenti che ogni anno in Italia si ammalano di tumore maligno, senza differenze sostanziali per area geografica. E quando si analizza il rapporto tra i casi osservati e quelli attesi per regione di residenza, risulta molto simile nelle varie aree geografiche: 64% al Nord, 70% al Centro e 63% al Sud e nelle Isole.

Lo studio italiano sui tumori in età pediatrica e nei giovani adulti è frutto del lavoro ‘Epikit’ (Epidemiologia del cancro in Italia), nato nell’ambito del progetto ‘Coheirs’ sotto l’egida del programma ‘Europa per i cittadini’. I ricercatori – coordinati da Annamaria Colao dell’università Federico II di Napoli – hanno esaminato le Sdo dal 2001 al 2011 per calcolare il numero assoluto di ospedalizzazioni e tassi standardizzati per ogni provincia italiana in età pediatrica (0-19 anni) e nei giovani adulti under 50 (20-49 anni), le fasce d’età generalmente non interessate dalle campagne di screening.

La discrepanza fra i numeri campani deriva dal fatto che “il nostro studio – precisa Piscitelli ricercatore dell’Istituto scientifico biomedico euro mediterraneo (Isbem) – ha analizzato una fonte di dati, le Sdo, diversa dai Registri tumori” che secondo gli autori offrono una fotografia incompleta. “I Registri tumori – premettono i ricercatori – rappresentano il gold standard tra gli strumenti attualmente utilizzati per lo studio epidemiologico delle neoplasie, tuttavia risentono dei limiti di una copertura solo parziale della popolazione, oltre che di ritardi e sfasature tra il momento di pubblicazione dei dati e gli anni ai quali si riferiscono”. Per esempio “in Italia i Registri tumori coprono il 50% della popolazione e meno al Sud”, ma non si tratta di un problema solo nazionale: “Anche negli Usa il Registro tumori del programma ‘Seer’ (Surveillance, Epidemiology and End Results Program) non copre più del 26% della popolazione”.

“Se si usano solo ed esclusivamente i Registri tumori non si può fornire una completa fotografia del problema delle neoplasie in Italia”, avvertono quindi gli autori dello studio, convinti invece che “le Sdo, peraltro già utilizzate nell’ambito degli stessi Registri tumori insieme ad altre fonti di dati – ricordano – hanno dimostrato un’elevata affidabilità, qualora analizzate in maniera appropriata, al fine di inquadrare a un primo sguardo d’insieme e in maniera generale alcuni fenomeni patologici”.

Ma c’è un secondo punto sul quale gli scienziati pongono l’accento. “L’originalità” di Epikit, il cui gruppo di studio è coordinato da Gaetano Rivezzi dell’Isde medici ambiente Campania, “consiste nell’aver esaminato il problema dei tumori pediatrici e nei giovani ragionando anche in termini di numeri assoluti, oltre che ovviamente per tassi. Accade infatti che i tassi standardizzati di ricoveri per tumori pediatrici delle province di Roma e Napoli, con oltre 350 nuovi casi annui, siano pari o inferiori a quelli di piccole province come ad esempio Imperia e Isernia che registrano 20 casi annui, ma tassi superiori a 10 per 100 mila abitanti, e per le quali nessuno parlerebbe mai di emergenza visti i piccoli numeri”.

Quanto poi al cancro nei bimbi, “il problema dei tumori pediatrici andrebbe valutato non solo in raffronto ai casi attesi – ammoniscono gli esperti – ma anche nella rilevanza che assumono i numeri assoluti per orientare scelte di organizzazione sanitaria”. In altre parole, se come accade ad esempio per la Campania “una popolazione ha più bambini – riflette Piscitelli – aspettarsi più tumori potrebbe avere un senso da un punto di vista statistico, ma da punto di vista di sanità pubblica non esime i decisori dal mettere in campo tutte le strategie possibili per ridurre le esposizioni modificabili a tutti quei cancerogeni legati allo stile di vita o ambientali riconosciuti come tali dalla Iarc, l’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro, soprattutto in età pediatrica”. In conclusione, al di là dell’apparente ‘giallo’ dei numeri, “chi ha stabilito di rassegnarsi al fatto che più bambini debba significare più tumori?”, si chiedono gli studiosi. Siano i casi 1.324 o 3.465, “sono sempre troppi”.

Nella vicenda dei numeri dei tumori in Campania interviene anche Antonio Giordano, professore di Anatomia e Istologia patologica dell’università degli Studi di Siena e direttore dello Sbarro Institute della Temple University di Philadelphia, Usa. “I lavori scientifici pubblicati sulle riviste di settore subiscono il vaglio del peer review. I dati, quindi, sono validamente controllati da professionisti che non fanno parte del l’equipe del lavoro revisionato. Partendo da questo presupposto – afferma – è ovvio ritenere che i dati pubblicati dal gruppo” di ricerca Epikit “circa l’incidenza dei tumori in età pediatrica, sono da ritenersi più accreditati rispetto a quelli comunicati dai politici campani”, conclude.

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