Diventare mamma dopo il tumore al seno, nessuna controindicazione

Diventare mamma dopo le cure per un tumore al seno non è più utopia, anzi non esiste nessuna controindicazione. Secondo uno studio europeo presentato al Congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco): dimostra che la gravidanza, dopo la malattia, non aumenta il rischio di recidive.

“Analizzando i dati provenienti da numerosi studi che hanno coinvolto oltre 1200 donne abbiamo scoperto che la temporanea sospensione dell’attività ovarica è in grado di ridurre in maniera significativa il danno prematuro dell’organo. Non solo, ciò sembrerebbe associato ad un aumento delle probabilità di concepire un figlio in seguito alla malattia”, spiega Matteo Lambertini, membro della Società europea di oncologia. In particolare dalle analisi è emerso che le probabilità di andare incontro a menopausa precoce si sono ridotte del 45%. Molti degli studi esaminati indicano inoltre che la procedura è sicura anche nei tumori positivi ai recettori ormonali, la maggioranza dei casi in giovani donne e sui quali diverse linee guida ancora sono caute. Risultati importanti che hanno indotto gli autori dello studio a chiedere che questa modalità di intervento (finora considerata sperimentale e non rimborsata dal Servizio sanitario nazionale) possa essere inserita come trattamento standard per le donne in età fertile con tumore del seno.

Un passo avanti importante, se si considera, rilevano gli autori, che sebbene metà delle giovani donne con una diagnosi di questo tipo si dichiari propensa ad avere figli, meno del 10% resta incinta. Infatti, di tutti i sopravvissuti al cancro, le donne che hanno superato il tumore al seno sono proprio quelle che avranno figli con minore probabilità. Ciò anche perché donne e medici hanno per lungo tempo creduto, affermano i ricercatori, che la gravidanza potesse essere collegata alla comparsa di recidive, in particolare per le donne con tumore al seno ER positivo. Infatti, poiché quest’ultimo tipo di cancro è ‘alimentato’ dall’estrogeno, il timore è che i livelli di tale ormone durante la gestazione possano favorire la crescita di cellule tumorali rimaste occulte. Un’altra preoccupazione è il dover interrompere le terapie adiuvanti (dopo l’intervento chirurgico) ormonali prima di tentare di rimanere incinte.

Proprio le terapie ormonali, infatti, aiutano a prevenire il ritorno del cancro, e si raccomanda che le donne le ricevano per almeno 5 o, in alcuni casi, 10 anni. I “nostri risultati – afferma il primo autore Matteo Lambertini, – confermano che la gravidanza dopo un cancro al seno non dovrebbe essere scoraggiata, neanche per le donne con cancro Er positivo. Ovviamente, però, va considerata la storia personale di ogni singola paziente nel decidere quanto tempo aspettare prima di provare ad avere figli”. Del campione di 1200 donne considerato, 333 pazienti sono rimaste incinte. Ebbene, dopo un follow-up di 10 anni dalla diagnosi di cancro, non è stata rilevata alcuna differenza in termini di sopravvivenza libera da malattia tra le donne rimaste incinte e quelle che non lo erano.

Inoltre, le sopravvissute con cancro al seno di tipo Er negativo, meno diffuso, rimaste incinte, avevano il 42% in meno di rischi di morire. Può dunque darsi, affermano gli esperti, che la gravidanza possa avere un effetto protettivo su questa tipologia di pazienti, ma ulteriori studi sono necessari.

Infine, nonostante i pochi dati relativi in questo studio all’allattamento al seno, i risultati suggeriscono che allattare è possibile, anche dopo l’intervento chirurgico al seno. “Per molte giovani donne nel mondo che vogliono farsi una famiglia – conclude Erica Mayer, esperta Asco – questa è dunque una notizia che rassicura e conforta”.

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