Il ‘gene suicida’ promette nuove speranze di cura per i bambini colpiti da leucemia

Un ‘gene suicida’ promette nuove speranze di cura per i bambini colpiti da un’ampia serie di malattie del sangue, benigne o maligne come la leucemia, migliorando l’efficacia e la sicurezza del trapianto di cellule staminali donate da un genitore o da un altro familiare solo parzialmente compatibile. Inserendo questo gene nei linfociti del donatore, è possibile attivarlo dall’esterno al bisogno attraverso la somministrazione di una ‘molecola-grilletto’, per spingere alla morte soltanto le cellule immunitarie che rischiano di compromettere la buona riuscita del trapianto, con effetti potenzialmente letali per il baby-paziente.

Un approccio creativo, come creativi sono visti nel mondo gli italiani, che non a caso guidano lo studio scelto fra i 6 migliori presentati al 22esimo Congresso degli ematologi europei in corso a Madrid. A illustrare la ricerca ‘al top’ selezionata dall’Eha, la European Hematology Association, è stato Mattia Algeri, pediatra onco-ematologo in forze da 2 anni all’ospedale Bambino Gesù di Roma, centro coordinatore dello studio. Alessandrino di Tortona, 33enne, laurea e specializzazione all’università degli Studi di Pavia, lo racconta anche ai giornalisti italiani poco prima di presentarlo alla platea del summit spagnolo.

“I pazienti trattati sono in tutto 98 tra Europa e Stati Uniti, il più piccolo di appena 3 mesi e il più grande 18enne – riferisce il ricercatore che lavora sotto la direzione di Franco Locatelli, a capo del Dipartimento di oncoematologia pediatrica e medicina trasfusionale dell’ospedale della Santa Sede – Dopo un follow-up di 6 mesi, grazie alla tecnica del gene suicida, la mortalità per cause legate al trapianto (reazione delle cellule immuni del donatore verso i tessuti dell’ospite, infezioni, tossicità) è risultata bassissima in tutta la coorte (5%). E pari a zero considerando solo i 61 bimbi curati e seguiti nei centri europei”.

La metodica utilizzata, sviluppata negli Usa dalla Bellicum Pharmaceuticals, “permette di accelerare la ricostruzione delle difese immunitarie nel paziente che riceve un trapianto di staminali ematopoietiche midollari da genitore o donatore familiare parzialmente compatibile (trapianto aploidentico)”, precisa Algeri.

In questi casi, infatti, per evitare che le cellule immunitarie del donatore organizzino un”insurrezione’ verso l’ospite visto come ‘corpo estraneo’, una via tradizionale è quella di eliminare dal materiale donato i linfociti, selezionando le staminali e trapiantando solo queste ultime. Un escamotage gravato però da “innumerevoli complicanze – osserva lo scienziato – perché in questo modo si ritarda moltissimo la ricostruzione del sistema immunitario del paziente esponendolo a un lungo periodo di immunodeficienza post-trapianto, durante il quale può sviluppare infezioni anche pericolose per la vita”.

Ed ecco la novità: “Prima del trapianto – spiega Algeri – si selezionano i linfociti del donatore, che vengono modificati geneticamente introducendo nel loro Dna un gene suicida chiamato Caspasi 9 inducibile. Quindi si procede al trapianto di staminali e successivamente, 2 settimane dopo, vengono infusi anche i linfociti ‘gm’. Nel caso in cui comincino a reagire contro l’ospite, e soltanto in questo caso, possono essere spenti selettivamente somministrando una sostanza detta rimiducid che attiva il gene suicida”. Cioè ‘preme il grilletto’. Così facendo le cellule immunitarie ribelli vengono indotte all’autosoppressione, ma intanto si è guadagnato tempo e le difese del paziente hanno già iniziato a riformarsi senza lasciarlo scoperto contro eventuali infezioni.

“Il prossimo passo – prosegue il giovane ricercatore – sarà sicuramente quello di continuare a seguire nel tempo i pazienti trattati per approfondire i contributi dei linfociti modificati con gene suicida all’attività sia immunologica sia anti-leucemica”, nel caso in cui sia questa la patologia da curare. Oltre che di leucemia acuta, infatti, gli under 18 protagonisti dello studio soffrivano di svariate malattie ematologiche: immunodeficienze, emoglobinopatie, sindromi genetiche, talassemia.

“L’obiettivo dell’immunoterapia con gene suicida – riassume Algeri – è quello di migliorare la sicurezza del trapianto di staminali e in ultimo la sua efficacia terapeutica”. Un gol che gli autori sperano di poter segnare, perché dai risultati del lavoro ‘messo in vetrina’ dall’Eha emerge “un miglioramento dell’outcome complessivo dei pazienti trattati”.

In prospettiva, conclude infine il ricercatore, “la tecnica del gene suicida potrebbe rivelarsi utile anche per combattere gli effetti collaterali associati alle terapie cellulari utilizzate ad esempio contro i tumori. Non solo nei bambini, ma anche negli adulti”.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie