La resistenza all’ultimo degli antibiotici, il 100% degli animali da allevamento ne è portatore

Secondo gli esperti si tratta di una notizia allarmante: la colistina è considerata appunto “l’ultima spiaggia” degli antibiotici, e se un batterio riesce a sopravvivere anche a questa, è pressoché impossibile fermarlo. E’ molto più diffuso di quanto pensassero gli esperti sia per dimensioni, con aree in cui il 100% degli animali da allevamento ne è portatore, che per diffusione, con esempi trovati ormai in tutto il mondo. A fare il punto, riporta la rivista Nature, sono state diverse presentazioni al meeting della American Society for Microbiology (ASM) di New Orleans.

La prima descrizione di un batterio con il gene mcr-1, quello appunto che rende inoffensiva la colistina, risale ad appena 18 mesi fa in un allevamento di maiali in Cina. Questo farmaco, che risale agli anni ’50, non era più usato nell’uomo per la sua tossicità, ma è ‘tornato’ negli ultimi anni come ultima risorsa vista la perdita di efficacia degli altri. Negli allevamenti però è sempre stato molto usato per favorire la crescita degli animali. Diversi sono stati gli studi che hanno trovato il gene nel mondo presentati al meeting. Una analisi su campioni di 8mila persone in Cina lo ha trovato in 497 campioni, nel 10% dei casi in batteri resistenti anche ad altri antibiotici.

In Pennsylvania (Stati Uniti d’America), ad aprile 2016, una donna di 49 anni si è rivolta a una struttura sanitaria locale lamentando sintomi riferibili a un’infezione urinaria. Dalle analisi microbiologiche effettuate sul campione di urine presso un centro di riferimento per antibiotico-resistenza è emerso che l’infezione era causata da un ceppo di Escherichia coli dotato di resistenza a un ampio spettro di antibiotici . Il caso, riportato sulla rivista scientifica Antimicrobial Agents and Chemotherapy, ha portato all’identificazione di un’infezione da E. coli resistente alla colistina e a numerose altre classi di antibiotici, ma non ai carbapenemi . Le analisi molecolari condotte su questo isolato batterico hanno dimostrato – per la prima volta negli Stati Uniti – che la resistenza alla colistina era dovuta alla presenza del gene mcr-1 localizzato su un plasmide.

La colistina (antibiotico di vecchia generazione) è tornata recentemente in uso per il trattamento di infezioni dell’uomo da germi Gram-negativi multi-resistenti, in particolare per infezioni sostenute da ceppi resistenti ai carbapenemi. Ceppi resistenti alla colistina sono noti da tempo ma la scoperta che questo nuovo gene mcr-1 è collocato su plasmide lo rende potenzialmente trasferibile da batterio a batterio, anche tra specie diverse, e quindi potenzialmente più diffusibile.

Le precedenti ricerche

La notizia dell’identificazione del gene mcr-1 è stata ripresa con molta enfasi dalla stampa americana perché questo gene non era stato ancora osservato negli Stati Uniti, sebbene la sua scoperta e le successive segnalazioni della sua presenza in ceppi di Enterobacteriaceae isolati in altre parti del mondo fossero già state pubblicate nella letteratura scientifica.

Infatti, la scoperta del gene mcr-1 risale a novembre 2015, in Cina. Lo studio pubblicato su The Lancet Infectious Disease, descrive per la prima volta l’identificazione di un meccanismo di resistenza alla colistina mediato da plasmide, nelle Enterobacteriaceae . I ricercatori hanno osservato la presenza del gene mcr-1 in isolati di Escherichia coli analizzati nel periodo 2011-2014 e provenienti da 78 campioni su 523 di carne cruda (15%), 166 campioni su 804 animali testati al macello (21%), e in 16 campioni clinici umani su 1322 (1%) prelevati da pazienti ospedalizzati con infezioni in corso.

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo su The Lancet Infectious Disease, la presenza del gene mcr-1 è stata documentata da studi effettuati in varie parti del mondo tra ceppi di Enterobacteriaceae (soprattutto E. coli) isolati in campioni di origine umana e animale. Per il momento ceppi positivi per questo gene presentano livelli di resistenza alla colistina non elevati. La maggiore presenza del gene mcr-1 in campioni di origine animale rispetto a quelli di origine umana, nonché l’elevato uso di questo antibiotico in zootecnia, porta a ipotizzare che gli animali da reddito possano costituire un importante serbatoio per questo gene di antibiotico-resistenza.

La situazione in Italia

In Italia, uno studio retrospettivo su isolati clinici di E. coli collezionati dai laboratori di microbiologia clinica degli ospedali di Firenze e Lecco, ha rivelato la presenza di una bassa percentuale di ceppi resistenti alla colistina nel periodo 2012-2015. Tra questi resistenti, 8 su 11 (isolati sia da ricoverati che da pazienti ambulatoriali) sono risultati positivi per il gene mcr-1 [3]. Inoltre, sempre nel nostro Paese, la presenza del gene mcr-1 è stata dimostrata in ceppi di E. coli isolati nel corso di uno studio di colonizzazione in anziani residenti presso Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) [4]. In entrambe le ricerche italiane, i ceppi portatori di mcr-1, pur essendo multi-resistenti, rimanevano sensibili ai carbapenemi e ad altre classi di antibiotici.

Nel nostro Paese il fenomeno della resistenza alla colistina è purtroppo emerso da tempo in ceppi multi-resistenti di Klebsiella pneumoniae, anche se fino ad ora non era associato al gene mcr-1 ma piuttosto ad altri meccanismi di resistenza (mutazioni cromosomiche). Secondo i dati riportati in un’indagine condotta in Italia nell’ambito della sorveglianza europea EuSCAPE, più del 40% dei ceppi di K. pneumoniae resistenti ai carbapenemi erano anche resistenti alla colistina, e due ceppi erano pan-resistenti [5]. Questo vuol dire che per il trattamento delle infezioni da K. pneumoniae resistente ai carbapenemi rimangono pochissimi o addirittura nessun antibiotico efficace.

In conclusione, la resistenza alla colistina mediata da plasmide è stata finora evidenziata in ceppi di Enterobacteriaceae (soprattutto E. coli) che, pur se multi-resistenti, risultano ancora sensibili ad alcune classi di antibiotici. Tuttavia, al di là di facili allarmismi di alcuni media, la preoccupazione della comunità scientifica è giustificata dall’evidenza che un gene collocato su plasmide è più facilmente diffusibile nell’ambito della popolazione dei batteri gram-negativi patogeni e no. D’altro canto, la resistenza alla colistina, dovuta a meccanismi diversi dai plasmidi e nota da tempo, rappresenta già un problema clinico, almeno per il trattamento delle infezioni da K. pneumoniae, rimandando al più generale problema della resistenza agli antibiotici.

Il ministero della Salute, già da tempo impegnato insieme all’Istituto superiore di sanità su diversi fronti nella non facile lotta all’antimicrobico-resistenza (Raccomandazioni nazionali, Pnp, Progetti Ccm), in collaborazione con lo stesso Istituto superiore di sanità, l’Aifa, le Regioni e altri esperti nazionali, sta predisponendo un piano nazionale di contrasto del fenomeno. Il piano, la cui bozza è in fase avanzata, è basato su un approccio multisettoriale One-Health, ovvero su un’integrazione tra tutti gli ambiti (umano, veterinario, catena alimentare) in cui l’antibiotico-resistenza necessita di interventi e servirà da documento di riferimento nazionale per affrontare la problematica in maniera coordinata e coerente nel Paese.

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