Alzheimer, con stile di vita più sano si può prevenire, ecco 9 fattori rischio

Alzheimer, una commissione internazionale di esperti, ha identificato in tutto nove fattori per ridurne i casi di oltre un terzo: dall’evitare il fumo alla lotta a depressione, ipertensione, isolamento sociale e diabete. I fattori cruciali sono la prevenzione di perdita di udito e obesità, raggiungere un alto livello di istruzione e fare attività fisica. Oltre un caso su tre di demenza senile è prevenibile modificando gli stili di vita sin dall’infanzia. La prevenzione, però, riguarda anche la dieta e l’attività fisica. Entro il 2050, ammoniscono gli esperti, 131 mln di persone nel mondo potrebbero fare i conti con una demenza. E stando alle stime sono 47 mln le persone che oggi ne soffrono.

Il rapporto della rivista britannica Lancet, è stato presentato alla conferenza della Alzheimer’s Association International di Londra e che ha visto protagonisti molti studi scientifici sull’Alzheimer, con la promessa di arrivare nei prossimi anni a metodi semplici e low cost per la diagnosi precoce della malattia e a nuove cure. La commissione ha stimato che aumentando il livello di istruzione sin dalla prima fase della vita, evitando la perdita di udito, prevenendo ipertensione e obesità nella vita adulta, i casi di demenza si potrebbero ridurre del 20%. Ridurre il fumo, curare la depressione, aumentare l’attività fisica e i contatti sociali e prevenire o comunque curare bene il diabete può ridurre i casi di un altro 15%.

Ci sono dati, resi noti dal 2006 in poi dalla letteratura scientifica più prestigiosa, che ci dicono che nella prevenzione primaria la dieta mediterranea, da sola, è capace di ridurre del 32-40% l’insorgenza della malattia rispetto a una dieta anglosassone. Se poi consideriamo anche l’attività fisica, intesa come un’ora di cammino veloce al giorno, si è constatato come da sola riesca a ridurre del 30% l’insorgenza della malattia. I due fattori sommati sono quindi in grado di abbattere il rischio di sviluppare un deficit cognitivo.

Seguire una dieta corretta –  Mangiare soprattutto fibre e acqua, cioè frutta e verdura, meno carne e più pesce. Ci sono in particolare alcuni alimenti dalle spiccate proprietà antiossidanti, come le fragole, i mirtilli, i cetrioli, i broccoli, la salvia, che a tavola dovrebbero essere presenti in abbondanza. Anche il caffè, se bevuto con moderazione, può apportare benefici. Uno studio scientifico sugli abitanti autoctoni delle Hawaii e gli americani immigrati dagli Stati Uniti, ha mostrato come i soggetti abituati a bere grandi tazze di caffè americano (quindi la popolazione immigrata dagli Stati Uniti) dispongano di una sorta di protezione dalle malattie degenerative, come Alzheimer e Parkinson. Questo non deve essere ovviamente un incentivo a bere tre o quattro tazze di caffè al giorno, ma una o due sembrano essere preventive.

La dieta e l’attività fisica, inoltre, hanno un effetto immediato nella riduzione dei fattori di rischio cardiovascolari. Bruciare calorie con l’attività fisica e ridurre l’introduzione di grassi con la dieta mediterranea permettono di diminuire il peso, l’ipertensione e i casi di diabete. Portando quindi a una riduzione dell’utilizzo dei farmaci e del ricorso a ricoveri e migliorando la qualità di vita. Seguendo questi semplici consigli possiamo ridurre il rischio di demenza sino a oltre il 40%: se ci ammaleremo e con quale gravità succederà dipende molto dalla vita condotta.

Il rapporto della rivista britannica è stato presentato alla conferenza della Alzheimer’s Association International di Londra e che ha visto protagonisti molti studi scientifici sull’Alzheimer, con la promessa di arrivare nei prossimi anni a metodi semplici e low cost per la diagnosi precoce della malattia e a nuove cure. La commissione ha stimato che aumentando il livello di istruzione sin dalla prima fase della vita, evitando la perdita di udito, prevenendo ipertensione e obesità nella vita adulta, i casi di demenza si potrebbero ridurre del 20%. Ridurre il fumo, curare la depressione, aumentare l’attività fisica e i contatti sociali e prevenire o comunque curare bene il diabete può ridurre i casi di un altro 15%.

Con costi umani incalcolabili, per i malati e per le loro famiglie. Ma anche con costi economici altissimi: si calcola che fra dieci anni nei soli Stati Uniti la spesa per la gestione di tutti questi malati sarà di almeno 1.100 miliardi di dollari (più del 6% dell’attuale Prodotto interno lordo Usa). Nel mondo, invece, si spenderanno almeno 2.000 miliardi. Il paradosso che vede diminuire l’incidenza in maniera drastica e aumentare, in maniera altrettanto netta, il numero assoluto di malati è solo apparente. E può essere spiegato in maniera molto semplice, con il forte aumento della popolazione anziana.

Quello che, invece, è più difficile da spiegare è perché l’incidenza della demenza senile da quarant’anni sta diminuendo. In prima battuta Sudha Seshadri e il suo gruppo rilevano che sta diminuendo l’incidenza di molti (ma non tutti) i fattori di rischio associati alla demenza senile: l’ictus, la fibrillazione atriale, il collasso. Sta invece aumentando l’incidenza di altri fattori di rischio, come l’obesità e il diabete. È interessante notare che l’incidenza della demenza senile è minima (0,77% contro il 2,0% della popolazione totale) tra le persone che hanno conseguito una laurea o almeno un diploma presso una high school (scuola media superiore). Un segno questo che le attività intellettuali possono impedire o, almeno, rallentare l’insorgenza delle malattie degenerative del cervello.

Nessuna di queste possibili concause è in grado di spiegare la diminuzione dell’incidenza della demenza senile. Ma neppure tenendole tutte in conto si riesce a trovare una spiegazione soddisfacente. Da questa impossibilità possiamo trarre due conseguenze. La prima è che occorre aumentare la ricerca sulla demenza senile: perché ne sappiamo troppo poco. La seconda è che, comunque, la malattia – o meglio, l’insieme delle malattie che definiamo demenza senile – non è senza scampo. È già possibile agire attraverso la prevenzione: l’attività intellettuale, per esempio, sembra essere un’ottima protezione.

A lungo ci si è concentrati sulla ricerca di farmaci, spiega Lon Schneider della University of Southern California, membro della commissione; non bisogna, però, perdere di vista i grandi avanzamenti fatti finora per trattare la demenza, inclusi gli approcci preventivi e terapeutici non farmacologici. Ad esempio si è visto che per curare alcuni sintomi importanti dell’Alzheimer – agitazione e aggressività – sono più efficaci interventi combinati di tipo psicologico, sociale e ambientale e che la stimolazione cognitiva e l’attività fisica migliorano il quadro cognitivo dei pazienti.

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