Alzheimer, 5 milioni di nuovi casi l’anno: occorre imparare a prendersi cura dei malati

In Italia, più di un milione di persone soffrono di demenza. In tutto il mondo, più di 44 milioni di persone soffrono di demenza, circostanza che rende la malattia una crisi sanitaria globale che deve essere affrontata.  La Malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza, rappresenta una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo e viene definita dal G8 come una priorità, con l’ambizione di trovare una cura entro il 2025. La Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer si celebra oggi. Questa la situazione in 4 punti descritta per l’occasione dalla Societa’ Italiana di Neurologia.

Nei pazienti affetti da Alzheimer le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta inizialmente a sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente a disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale e progressiva perdita di autonomia che definiamo come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari.

In Italia stanno prendendo piede le prime Comunità amiche di persone con demenza, con l’obiettivo di rendere la città, con i suoi spazi, le sue iniziative e le sue relazioni sociali, fruibile anche per le persone con demenza, evitando così di isolarle. In queste comunità, attraverso la promozione di un alto livello di consapevolezza pubblica della demenza, si cerca di fare in modo che i malati si sentano sempre parte della comunità in cui vivono e possano parteciparvi in modo attivo. Lo scorso anno ad Abbiategrasso, vicino a Milano, la Federazione Alzheimer Italia ha lanciato il primo progetto di Comunità amica delle persone con demenza, finora esteso ad altre sei cittadine italiane. Obiettivo finale è quello di mettere a punto un percorso per creare questo tipo di comunità su tutto il territorio italiano.

“Dopo il fallimento delle terapie attuate nella fase di demenza conclamata – dichiara il Professor Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano, Università di Milano-Bicocca, Direttore della Clinica Neurologica, Ospedale San Gerardo di Monza -, le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia. Questo è oggi possibile perché sono da poco disponibili nuove tecniche che permettono di determinare le alterazioni di una proteina ritenuta la prima causa di malattia, prima che questa si manifesti clinicamente.

Da vari anni è noto infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed i loro collegamenti”. “Oggi – prosegue il Professor Ferrarese – sappiamo che la beta amiloide inizia ad accumularsi nel cervello anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, grazie ad una tecnica che consente di dimostrarne l’accumulo nel cervello, mediante la Positron Emission Tomography (PET), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Analogamente è possibile analizzare i livelli di beta-amiloide nel liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare”. Queste tecniche permettono di stabilire un rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer prima della comparsa dei deficit cognitivi e rendono quindi fattibile l’avvio di strategie terapeutiche preventive.

Si tratta di molecole che determinano una riduzione della produzione di beta-amiloide, con farmaci che bloccano gli enzimi che la producono (beta-secretasi) o, in alternativa, con anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale. Questi anticorpi, prodotti in laboratorio e somministrati sottocute o endovena, sono in grado di penetrare in parte nel cervello e rimuovere la proteina, in parte di facilitare il passaggio della proteina dal cervello al sangue, con successiva eliminazione.  Queste terapie sono attualmente in fase avanzata di sperimentazione in tutto il mondo, su migliaia di pazienti nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in soggetti sani che hanno la positività dei marcatori biologici (PET o liquorali). La speranza è di modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio, dato che intervenire con tali molecole nella fase di demenza conclamata si è dimostrato inefficace.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie