Microplastica nell’acqua potabile’, ecco la plastica che beviamo

Dai rubinetti di casa di tutto il mondo sgorgano fibre di plastica microscopiche. La ricerca è stata condotta da Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington. Lavorando insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, la Orb Media ha trovato tracce di microplastiche nell’acqua potabile proveniente da tutto il mondo. E se ci sono nell’acqua di rubinetto probabilmente ci sono anche nei cibi preparati con l’acqua, come pane, pasta, zuppe e latte artificiale, dicono i ricercatori. I ricercatori hanno analizzato 159 campioni di acqua potabile raccolta in varie città di tutto mondo. Esaminate anche le acque della sede del Congresso Usa e della Trump Tower a Ny. Ebbene, il record di acque potabili contaminate da microplastiche spetta proprio agli Stati Uniti, dove la percentuale di fibre dai rubinetti tocca il 94%. Seguono Libano e India.

“È una notizia che dovrebbe scuoterci” commenta Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. “Sapevamo che questa plastica tornava da noi attraverso la catena alimentare. Ora scopriamo che torna da noi attraverso l’acqua potabile. Abbiamo una via d’uscita?”. Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, progetta di lanciare un’iniziativa contro lo spreco di plastica nei prossimi mesi. Sempre più ricerche dimostrano la presenza di microscopiche fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci, nel suolo e nell’aria, in tutto il mondo.

Questo studio, però, è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo. Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano. Negli studi su animali, “era diventato chiaro molto presto che la plastica avrebbe rilasciato queste sostanze chimiche, e che le condizioni dell’apparato digerente avrebbero facilitato un rilascio piuttosto rapido” – spiega Richard Thompson -, direttore associato della ricerca presso l’Università di Plymouth, nel Regno Unito. “Dalle osservazioni sulla fauna selvatica abbiamo dati a sufficienza per essere preoccupati” – continua Sherri Mason -, una delle pioniere della ricerca sulla microplastica, che ha supervisionato lo studio della Orb Media. “Se sta avendo un impatto sulla fauna selvatica, come possiamo pensare che non lo avrà su di noi?”.

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