Tumore alla prostata: ecco chi può curarsi con la “sorveglianza attiva”

Il tumore della prostata, rappresenta la neoplasia più diffusa nell’uomo: In Italia, ci sono 484.170 persone affette dal cancro alla prostata, 34800 nuovi casi l’anno e 7.174 decessi. É la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. Tuttavia, in due casi su cinque esso è «indolente», in altre parole potrà non aver mai la forza di manifestarsi: controllarlo significa evitare il sovra-trattamento.

Ma quasi un caso su tre ha dimensioni ridotte e aggressività minima. Di conseguenza può non essere trattato. È sufficiente osservarlo nel tempo con attenzione: da qui la definizione di sorveglianza attiva. Esami specifici (dosaggio dell’antigene prostatico specifico) e controlli periodici (biopsie diagnostiche, ecografia prostatica transrettale e risonanza magnetica multiparametrica), in questi casi, permettono di tutelare la salute dell’interessato tanto quanto la chirurgia radicale. Con un vantaggio per il paziente e per le casse del Sistema Sanitario Nazionale.

ECCO IN COSA CONSISTE LA SORVEGLIANZA ATTIVA
È Riccardo Valdagni, direttore del programma prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (Siuro), a spiegare in cosa consiste la sorveglianza attiva. «Nel nostro Paese ancora troppi uomini con un carcinoma prostatico ricevono cure che possono avere severi effetti collaterali a carico della sfera sessuale, urinaria e rettale. La sorveglianza attiva modifica l’approccio tradizionale che prevede quasi sempre un trattamento radicale dopo la diagnosi del tumore. Senza essere sottoposto a una delle terapie radicali come chirurgia, radioterapia o brachiterapia, il paziente con tumore indolente è sottoposto a esami e controlli periodici. Questa vale per tutta la vita o fino a quando la malattia non modifica le sue caratteristiche iniziali. Se la patologia cambia siamo in grado di interrompere il percorso osservazionale, intervenire tempestivamente e indirizzare il paziente al trattamento».

CHI PUO’ «CURARSI» CON LA SORVEGLIANZA ATTIVA?
Ad avvantaggiarsi attraverso un simile percorso sono i pazienti che presentano delle caratteristiche ben precise che identificano i tumori di piccole dimensioni e di bassa aggressività biologica. A fare la differenza sono i valori del Psa (deve essere inferiore a 10 nanogrammi per millilitro) il punteggio di Gleason (non oltre sei) e lo stadio clinico (inferiore a cT2a). Ma importante è soprattutto che «i pazienti aderiscano in maniera stretta al calendario dei controlli periodici», prosegue Valdagni, responsabile dello studio “Siuro PRIAS ITA”, che ha coinvolto 850 pazienti in dieci centri per valutare l’efficacia della sorveglianza attiva nella gestione del tumore alla prostata. «Occorre sfatare l’errata convinzione che lo specialista consigli questa strategia quando non c’è nulla da fare». Tutt’altro. Se il tumore può essere tenuto sotto controllo attraverso una stretta «osservazione», vuol dire che è meno grave del previsto.

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