i piccoli schiavi dell’Africa

Kete Kraci, Lago Volta, Ghana. Un piccolo pescatore in attesa della partenza della barca.

Secondo una stima dell’UNICEF, nel solo 2007 quasi 140 mila bambini beninesi sono stati sottratti alle proprie famiglie. “Comprati” per pochi euro o portati via con l’inganno, vengono poi costretti a lavorare nei mercati, nelle case della capitale o nelle piantagioni di Nigeria, Togo e Costa d’Avorio.

In Benin, i piccoli schiavi sono chiamati “Vidomegons”, dal nome dell’antica tradizione locale per la quale i figli di famiglie non abbienti venivano affidati a parenti prossimi con maggiori possibilità economiche. In cambio di qualche piccolo lavoretto domestico, i parenti affidatari li avrebbero mantenuti e mandati a scuola. Negli ultimi anni però il fenomeno ha preso una piega diversa. I piccoli più che affidati il più delle volte vengono venduti, causa anche la grave crisi economica che attanaglia il paese e che fa sì che sempre più famiglie non abbiano di che sfamare i propri figli.

I piccoli schiavi sono così costretti a lavorare semplicemente per il diritto alla vita. Questo fenomeno è diventato ormai un vero e proprio mercato talmente redditizio da dare lavoro a un sempre più consistente gruppo di trafficanti di bambini.

Sebbene nel 2004 il Benin abbia ratificato il protocollo delle Nazioni Unite volto a prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini, e il 5 aprile 2006 abbia emesso una legge a riguardo, ogni anno circa 500.000 bambini  vengono  venduti come schiavi e finiscono a lavorare nei mercati di Cotonou o vengono spediti nei paesi vicini, specialmente in Nigeria e Gabon, a spaccar pietre nelle cave o a lavorare nelle piantagioni.

Il mercato di Dantkopa, a Cotonou, è una babele di colori, suoni e odori. Qui sono almeno 3 mila i bambini che lavorano: chi vende cipolle, chi trasporta ceste, chi pulisce i banchetti, chi raccoglie la sabbia drenata dal fiume. A centinaia, poi, dormono nel mercato stesso, accalcati sopra i magazzini del riso. La loro vita non esce dai confini del mercato.

Particolarmente degradante è la condizione dei forgerons (fabbri). Il “patron” compra i bambini nei villaggi vicini per pochi euro promettendo di nutrirli e di insegnar loro un mestiere. I piccoli schiavi di età compresa tra i 5 e i 18 anni, lavorano ogni giorno, tutto il giorno, senza sosta in mezzo ad un rumore assordante.

Vittime di violenze e brutalità non di rado sviluppano problemi psicologici. In un ambiente di lavoro insalubre, i piccoli schiavi sviluppano malattie fisiche di cui la sordità è sicuramente la più frequente. Mangiano due volte al dì e restano nella loro condizione di schiavi fino all’età di 18 anni. A questo punto sono liberi ma, non avendo alcun tipo di alfabetizzazione e non avendo conosciuto altra realtà se non quella della schiavitù, non faranno che rimanere nel mercato e reiterare lo stesso comportamento. Saranno a loro volta dei padroni.

L’analfabetismo è strettamente legato al fenomeno della tratta. Nel paese, secondo uno studio dell’Unione europea, un bambino su tre non è registrato all’anagrafe, cosicché quando un bimbo sparisce o è venduto, è praticamente impossibile rintracciarlo. Chi diventa vidomegons, quindi, non ha più alcun diritto; il bimbo acquistato, diventa di proprietà di chi ha pagato.

In Ghana, la situazione non è diversa.

A kete-Krachi, sul lago Volta, la violazione dei diritti umani, specie quelli riguardanti i bambini è diventato ormai un fenomeno molto diffuso, soprattutto da quando, dopo la costruzione della famosa diga di Akosombo nel 1963, la pesca è diventata un affare molto lucrativo.

Le disastrose conseguenze del progetto sulla popolazione locale e sull’economia purtroppo sono ancora oggi poco conosciute. Il suo completamento causò l’espansione del lago attirando sempre più coloni, in maggioranza pescatori. Poiché l’industria della pesca diventava sempre più lucrativa per i pescatori si rese necessario ricercare mano d’opera addizionale per poter svolgere al meglio il proprio lavoro.

Da qui, il reclutamento dei bambini, mano d’opera a bassissimo costo, obbediente e silenziosa. Analfabeti, impauriti e senza accesso ad alcun tipo d’informazione, di fatto non si ribellano ma accettano passivamente la loro tristissima condizione, non conoscendo né immaginando  condizioni di vita differenti dalla schiavitù. Il mondo inizia e finisce nel proprio villaggio sul lago.

La trattativa di solito avviene tra i genitori biologici e  i fututi padroni che, per un compenso irrisorio, acquistano uno o due ragazzi con la promessa di nutrirli, educarli,  e insegnar loro un mestiere. In realtà, saranno invece costretti a lavorare per 15/16 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, senza tregua, in condizioni difficili e disumane: fame, freddo, nessuna istruzione, picchiati, mal vestiti, spesso malati e non curati.

Alcune volte questi bambini diventano oggetto di veri e propri traffici. Alcuni, addirittura, muoiono senza che i loro genitori biologici ne vengano neppure a conoscenza.

A Kete-Krachi, mentre i maschietti di solito sono utilizzati come schiavi sul Lago, le bambine sono destinate ai lavori domestici e all’accudimento dei più piccoli. Non è raro che siano anche oggetto di attenzioni e abusi sessuali da parte dei maschi della famiglia.

Asad un bambino di 8 anni, racconta:”Sono stato venduto a un pescatore. Mi obbligava a lavorare dodici ore al giorno. Se rifiutavo, mi picchiava. Se non prendevo abbastanza pesce, mi picchiava. Usava un remo della barca, faceva un male insopportabile. Con me c’erano altri bambini. Ci dava da mangiare tre volte alla settimana, in genere la sera. Riempiva una scodella con del kanke (una brodaglia a base di miglio), e quello era il nostro pasto. La notte dormivo per terra, nella capanna degli attrezzi. E piangevo. Volevo tornare dalla mia famiglia”.

La sua storia è simile a quella di molti altri bambini il cui corpo è pieno di lividi e fratture, a testimonianza delle percosse subite. Altri, costretti ad immergersi nelle pericolose acque melmose e abitate da coccodrilli del Lago Volta per liberare le reti impigliate, annegano dopo essere stati trascinati dalle correnti del lago, sfiniti per le intere giornate passate a pescare e a gettare e recuperare le pesanti reti da pesca per i propri padroni.

Malaria, amebiasi, disturbi cronici alla testa, allo stomaco e agli occhi, bilharzia (detta anche schistosomiasi la bilarzia è una malattia trasmessa in acqua e causata da minuscoli vermi Platelminti Trematodi). Queste, le malattie più comuni riscontrate tra i bambini schiavi della comunità di pescatori di Kete-Krachi sulle rive del Lago Volta, molti di quali riscattati grazie al grande e coraggioso lavoro dell’associazione ghanese Pacodep in collaborazione con la Fondazione americana Touch a life. Nel mese di Maggio 2011 l’Interpool in collaborazione con Pacodep ha salvato dalla schiavitù 130 bambini e arrestato 22 trafficanti.

fonte:nationalgeographic.it

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