Il progresso ci ha rinchiusi in un mondo artificiale

Il progresso ci ha rinchiusi in un mondo artificiale, in cui l’uomo controlla tutto. Dobbiamo valorizzare il ruolo salvifico del giardino come sintesi di natura e costruzione umana. E tornare ai ritmi della civiltà premoderna

La città, soprattutto nel mondo occidentale, si è affermata in opposizione alla natura. C’è sempre stata alla base, soprattutto della città moderna, un’idea di rottura con la natura. È una specie di mondo artificiale che si oppone al mondo naturale, un mondo puramente umano in cui l’uomo controlla tutto.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ripensamento interessante di questa dicotomia città-natura, si parla sempre di più di riconciliare la città e la natura, di far tornare la natura all’interno della città.

L’anno scorso a Parigi c’è stata una mostra interessantissima al Palazzo dell’Architettura di Parigi, che era intitolata “La Città Fertile”, basata sull’idea di ricreare giardini all’interno della città – giardini, parchi, giardini botanici, corridoi ecologici, zone naturali – aveva valore non solo per la biodiversità – perché ovviamente si tratta di luoghi in cui la biodiversità può svilupparsi più liberamente – ma anche per la città stessa.

E’ un’idea che ho trovato molto interessante: la città può essere fertilizzata oggi dalla natura. Questa città nostra che è sempre più invivibile, sempre più veloce e in cui gli spazi di respirazione sono sempre più rari, dove andiamo sempre più rapidamente, in cui ci sentiamo a volte un po’ stritolati, può essere resa abitabile grazie alla natura. Si tratta di liberare spazi di città e lasciarli alla natura e vedere cosa succede. Sono dei giardini in un certo senso, delle forme nuove di giardinaggio in cui facciamo entrare la natura in città, dopo secoli di separazione. Credo che oggi il giardino si ridefinisca come luogo di incontro tra la natura e la cultura, e che in questo senso possa svolgere quindi questo ruolo molto importante.

Si parla molto dell’importanza degli spazi naturali in città, per la biodiversità. Credo che soprattutto i giardini siano fatti prima di tutto per gli uomini. Sono usati molto spesso a scopo terapeutico – sempre di più negli ospedali, nei vari istituti – ma credo che i cittadini, noi tutti ne abbiamo bisogno perché il giardino possa svolgere presso di noi questo ruolo terapeutico. Credo che la natura, soprattutto la natura nel giardino, possa veramente rigenerarci e avere veramente un ruolo salvifico. Perché? Credo che il giardino sia essenzialmente un luogo di natura; una costruzione umana certo ma fatta con materia viva. Credo che sia questa la chiave, l’elemento vitale del giardino che ci può rigenerare. Il giardino vive in un tempo diverso: quando entriamo in un giardino sentiamo immediatamente che entriamo in un tempo molto più lento, che è il tempo della natura, della crescita, delle piante, degli animali che dipende dalle stagioni, dai vari cicli di morte, vita, morte e nascita. Quindi ritorniamo forse nel giardino, ritroviamo accesso forse ai fatti di base della vita. Questa secondo me è la chiave della comprensione del ruolo che il giardino può svolgere per noi oggi, ci può offrire tutto questo!

L’ecologia ha avuto un impatto importante filosoficamente nella nostra cultura, perché ha tirato fuori l’uomo da una visione gerarchica dell’esistenza, della vita con l’uomo in cima per metterlo all’interno di un contesto, sullo stesso piano degli altri elementi che compongono l’ecosistema.

Quindi alla base c’è questa considerazione, questa riflessione scientifica. Poi nel corso del XX secolo ci siamo resi conto che c’era una perdita: le pratiche della modernità, dell’urbanizzazione, l’agricoltura moderna portavano a una perdita e a un impoverimento della biodiversità, a un impoverimento della bellezza del paesaggio stesso. Quindi l’ecologia negli anni ’60/’70 – secondo me prima ancora delle idee più moderne di sviluppo sostenibile – premeva per questa visione… è stato un ripensamento del posto dell’uomo della natura. L’idea, già a quel tempo era: torniamo a delle pratiche di vita sostenibile, a delle pratiche di vita di civiltà, di momenti della nostra storia che abbiamo lasciato dietro di noi. Cerchiamo di ritornare a queste forme di vita che erano ecologicamente più sostenibili, portavano a un equilibrio tra l’uomo e la natura. Oggi si parla molto di sviluppo sostenibile ed è interessante ovviamente, però forse lo sviluppo sostenibile non va abbastanza a fondo, perché forse si risolve più in questioni tecniche, come evitare gli sprechi, come gestire le risorse naturali in modo razionale. Abbiamo forse perso – e questo lo rimpiango un po’ – questa riflessione globale sull’uomo che poi troviamo ancora oggi invece nell’ecologia profonda, la deep ecology, che invece ha portato avanti questa posizione ancora molto radicale, molto forte di ripensamento sul nostro modo di vivere che ci dovrebbe portare a rinunciare a quello che chiamiamo progresso. Quindi tornare a stili di vita più sobri, a un tempo dello sviluppo molto più lento che è quello che abbiamo lasciato dietro di noi: in definitiva, alla civiltà premoderna.

di Marco Martella

fonte:cadoinpiedi.it

 

 
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