Primavera Araba, la prima rivolta climatica globale?

Dei 15 Paesi più poveri d’acqua al mondo, 12 si trovano in medio oriente. Di questi, 7 (Tunisia, Yemen, Bahrein, Siria, Libia, Algeria, Giordania) hanno conosciuto rivolgimenti politici più o meno ampi nel corso della stagione della primavera araba. Da qualche tempo gli esperti hanno cominciato a chiedersi se si tratti di una mera coincidenza.

Thomas Friedman, editorialista del New York Times, sottolinea che «la primavera araba è cominciata in Tunisia con un venditore di frutta perseguitato dalla polizia perché non disponeva del permesso di vendita – proprio nel momento in cui il prezzo del cibo raggiungeva il record mondiale. In Siria ha avuto inizio con le proteste dei contadini del villaggio di Dara’a, che chiedevano la libertà di comprare e vendere la terra, senza chiedere il permesso a ufficiali corrotti. E si è poi estesa in Yemen – il primo paese al mondo che probabilmente esaurirà le scorte idriche – per protestare contro l’appropriazione clandestina di acqua da parte dei funzionari pubblici».

«L’acqua è al centro di tutto» osserva Francesco Femia, presidente del Center for Climate and Security di Washington, intervistato da Cospe. «Studi sempre più convincenti, come quello del Journal of Peace Research di Oslo, dimostrano che il clima impazzito funge da moltiplicatore e acceleratore di instabilità: che si tratti di siccità prolungate, ma anche di piogge sovrabbondanti e inattese. Lo squilibrio climatico finisce per esacerbare conflitti comunitari. Come in Siria, che negli ultimi 5 anni ha conosciuto la più grave siccità dagli albori della civiltà neolitica; il conseguente esodo rurale ha alimentato le tensioni nelle periferie urbane e il malcontento dei giovani disoccupati. Ma il modello è estensibile anche ad altre regioni». In Mali, ad esempio, l’insufficiente durata della stagione delle piogge ha spezzato il tradizionale equilibrio fondato sull’uso rotatorio delle terre, e riacceso le rivalità fra le comunità di allevatori nomadi tuareg e gli agricoltori stanziali bambara. Tale processo, finora ignorato dalla letteratura dedicata, è tuttavia decisivo per illuminare le ragioni dell’attuale conflitto nel Sahel. E proprio qui, come in Africa Orientale, Yemen, e Congo, il cambiamento climatico potrebbe investire più duramente i già precari equilibri sociali e politici, secondo le proiezioni dell’International Panel on Cliamte Change.

La crisi climatica colpisce anche aree tradizionalmente fertili, come testimoniano le carestie di quest’estate nel Midwest americano, ma anche in Kazakistan e in India. La Banca Mondiale avverte che il prezzo del grano ha già superato i picchi dello scorso anno, e che i Paesi del Medio-Oriente, tradizionalmente dipendenti dalle esportazioni, saranno i primi a subire l’onda lunga dello shock. Con una popolazione destinata a crescere del 132% a livello regionale, e con un miliardo di bocche in più da sfamare entro il 2025, il modello agro-industriale dominante necessiterebbe di altri 1000km cubi di acqua all’anno destinati alla sola agricoltura, equivalenti a 20 volte il flusso annuale del fiume Nilo

«Attenzione però a derubricare la primavera araba come una mera rivolta per il pane (e l’acqua)», avverte Femia. «Così si finisce per fare il gioco dei governi dispotici come l’Algeria. I nessi causali troppo deterministici sono sempre pericolosi e si prestano a strumentalizzazioni. Ma è certo che nel 21esimo secolo la legittimità del contratto sociale dipende ormai anche dalla capacità di uno Stato di comportarsi responsabilmente nei confronti del cambiamento climatico».

fonte:greenreport.it

 
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