Energia per i Paesi poveri con le mini reti

Secondo i dati del recente World Energy Outlook, sono un miliardo e trecentomila le persone che non hanno accesso all’energia elettrica e addirittura il doppio usa biomassa tradizionale, ossia legno e carbonella, per la cottura degli alimenti.

In molte case africane ancora oggi, infatti, si usa il sistema a “tre pietre” ossia con il fuoco completamente aperto, dove le pietre tengono sollevata la pentola che contiene il cibo. Un sistema che ha svantaggi ambientali in quanto il taglio della legna ha un impatto sulla land degradation (la perdita di valore della terra) e in Mozambico ha addirittura un legame diretto con la deforestazione. Inoltre, è un sistema di cottura poco sicuro per l’uomo a causa delle emissioni nocive e per i frequenti incidenti domestici che causano ustioni gravi specie tra i bambini.

Uno scenario che isola ancora di più le Nazioni povere e ne impedisce l’emancipazione. E che, tra l’altro, non sembra destinato a migliorare a causa dell’aumento della popolazione mondiale.

Oggi e domani, al Politecnico di Milano si parla di questi problemi energetici e delle possibili soluzioni nell’incontro: “Sustainable Energy Strategies in Low and Middle-Income Economies. Blending technology, finance and policy beyond 2012” (Strategie di energia sostenibile nelle economie a basso e medio reddito. Fondendo tecnologia, finanza e politica).

Tgcom24 ha parlato con Emanuela Colombo, docente di ingegneria e cooperazione per lo sviluppo, tra gli organizzatori del convegno.

Quale tipo di tecnologia può essere impiegata per portare l’elettricità nei luoghi non raggiunti dalla rete?

“Mentre il 30 per cento della copertura energetica sarà effettuato con sistemi on grid, ossia collegati alla rete di distribuzione nazionale, il restante settanta per cento della copertura dovrebbe avvalersi di sistemi di generazione distribuita. Non solo con sistemi off grid, pensiamo per esempio al pannelo solare che può fornire energia a un modulo abitativo, ma anche attraverso mini reti. Reti locali che attingono energia da più fonti rinnovabili e le connettono in una piccola rete che può coprire da centinaia di metri fino a qualche chilometro”.

Quali modelli di business possono essere messi in atto?

“A parte il fatto che le diverse tecnologie devono essere adeguate al territorio nel senso che le persone devono essere in grado di usarle e manutenerle, nasce il problema elementare di chi paga la bolletta a chi. In questo senso, una possibile strada potrebbe essere la nascita di un’imprenditoria sociale che possa avviarsi tramite finanziamenti da micro credito”.

Quali potrebbero essere le soluzioni da adottare per evitare l’uso di legna e carbonella all’interno delle abitazioni?

“Ci sono diverse alternative come le stufe migliorate e le bombole tradizionali. Ma anche i sistemi domestici alimentati a biogas: i più piccoli possono essere alimentati dalle deiezioni di tre capi di bestiame”.

Che ruolo possono avere le università italiane nel modificare queste abitudini?

“Poiché il nostro interesse primario è la didattica, la ricerca e il trasferimento tecnologico, interagiamo con le università locali. Ormai da anni abbiamo avviato una collaborazione fruttuosa con l’istituto di tecnologia di Dar es Salaam, in Tanzania. Grazie al rapporto tra i due atenei, l’istituto è diventato consulente della Rural energy agency, l’agenzia che si occupa della distribuzione di energia elettrica nelle zone rurali”.

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