Aborto, il nuovo attacco alla legge arriva dalle università romane

Il 2 febbraio si è celebrata in Italia la trentacinquesima Giornata per la vita. In quella occasione, alcuni docenti delle cattedre di Ostetricia e Ginecologia delle università di Roma hanno partecipato ad un convegno intitolato “Riflessioni su una legge dello Stato”. La legge in oggetto è, ovviamente, la legge 194, che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese; al termine del convegno, i cattedratici hanno elaborato un documento comune che è stato consegnato al cardinale vicario Agostino Vallini. In questo documento si ribadisce l’impegno dei professori romani ad approfondire le tematiche «legate alle prime fasi della vita intrauterina», sottolineando che il contesto nel quale si muoveranno, nella loro attività accademica indirizzata alla formazione dei futuri quadri dirigenti e degli operatori sanitari, dovrà valorizzare e rispettare «da un lato i vincoli posti dall’attività del legislatore e, dall’altro, le scelte personali in campo etico e la libertà di coscienza». C’è bisogno di tradurre? E’ chiaro che si inneggia all’obiezione di coscienza, che da sempre è lo strumento con il quale si tenta di rendere inapplicabile nei fatti una Legge dello Stato.

I cattedratici romani ci ricordano che, a quasi venticinque anni dalla sua approvazione, la legge 194 non ha ancora realizzato tutti gli enunciati che prevedono una serie di «iniziative volte ad assistere gravidanze complesse». Già, perché nella mente dei professori romani solo una gravidanza «complessa» può portare a quello stato di disagio, economico, o sociale, o psicologico, che spinge una donna a chiedere di interrompere una gravidanza. Dunque si abortisce perché nei consultori, che sono stati definiti più volte “abortifici”, non si prenderebbero le iniziative che dovrebbero «permettere alla donna di operare quanto da lei ritenuto più rispondente ai suoi bisogni e a quelli del nascituro». Tutto questo, si affrettano a sottolineare i professori, nel rispetto della coscienza della donna, della sua libertà e della sua autonomia di scelta. E’ infatti sicuramente in nome di questo profondo rispetto che parlano non di embrione o di feto, ma di “nascituro”, ad una donna che chiede di interrompere una gravidanza indesiderata.

E poi ci sono i diritti del feto, che devono essere «maggiormente conosciuti, anche se non scritti»: ancora una volta si mettono sullo stesso piano i diritti reali di una donna viva, con quelli di chi vivo sarà solo dopo la nascita, se la donna deciderà di farlo nascere.

Ai professori delle Università Sapienza, Tor Vergata e dell’Azienda Universitaria Sant’Andrea che tanto hanno riflettuto su “una Legge dello Stato” voglio ricordare che loro stessi sono tenuti alla applicazione di quella legge: sembra infatti che abbiano dimenticato che proprio quell’articolo 9 che tutela il diritto all’obiezione di coscienza impegna «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate ad assicurare in ogni caso […] l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza». Al Policlinico di Tor Vergata e all’Ospedale Sant’Andrea, invece, non è possibile fare interruzioni di gravidanza, non esiste il servizio. In queste strutture, però, compresi gli Ospedali di ispirazione cattolica, si fa diagnosi prenatale, si fanno amniocentesi ed ecografie morfologiche, ma poi coloro ai quali venga riscontrata una patologia fetale, se decidono di interrompere la gravidanza devono cercare altri ospedali dove poter esercitare questo loro diritto.

Ma non basta: i professori firmatari del documento, che è stato tanto lodato dal Papa all’Angelus del 3 febbraio, dovrebbero ricordare che l’articolo 15 di quella Legge dello Stato su cui hanno tanto riflettuto impegna le Università, con gli Enti ospedalieri e d’intesa con le Regioni, a promuovere «l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».

Questo significa che gli studenti di medicina e gli specializzandi in Ostetricia e Ginecologia dovrebbero essere formati in maniera non ideologica su questi temi.

Questo significa che i professori firmatari dovrebbero quantomeno sentire il dovere morale di impegnarsi per ridurre i rischi per la salute delle donne che decidono di interrompere una gravidanza indesiderata, soprattutto attraverso l’abbattimento delle liste di attesa: tutti i dati ci dicono infatti che il rischio cresce con l’aumentare dell’età gestazionale.

Questo significa che i cattedratici firmatari del documento dovrebbero sentire il dovere morale di impegnarsi per praticare nei loro ospedali l’interruzione di gravidanza medica, che si fa nelle epoche gestazionali più precoci. Ma, certo, questo non farebbe piacere né al Papa né al cardinale vicario.

Anna Pompili, ginecologa della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’attuazione della legge 194)

fonte:cronachelaiche.globalist.it

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