Se le grandi banche rinunciano a speculare sul cibo e la fame

Un rapporto Oxfam spaventa Bnp Paribas e la Barclays cerca di rifarsi un’immagine onesta. Nel 2011 i fondi speculativi sul cibo erano 90 miliardi di dollari, nel 2004 meno di 10 miliardi.

Oggi il Sole 24 Ore scrive che «Le pressioni delle Ong impegnate contro la fame nel mondo cominciano a fare breccia nel mondo delle banche. Accusate, insieme ad altri grandi istituti, di aver esacerbato i rincari dei prodotti agricoli con le loro operazioni sui mercati dei future, Barclays e Bnp Paribas ieri hanno annunciato che ridimensioneranno le loro attività in questo settore». Infatti, Bnp Paribas ha deciso di sospendere il Parvest world agriculture fund, che gestisce un bel gruzzolo da 160 milioni di  euro e che ha nel suo paniere molti prodotti alimentari. Il gigante bancario intende inoltre chiudere il suo Easy ETF Ultra light Energy fund, che alla fine di gennaio ha fatto registrare 43 milioni di euro di attivo, il  37% del quale è legato alle materie prime alimentari. «Abbiamo sospeso le sottoscrizioni», ha detto un portavoce della multinazionale bancaria francese, spiegando che la decisione «Fa parte della politica della banca sulla responsabilità aziendale e sociale. Il fondo della banca è il più esposto alle commodities del cibo. I prodotti alimentari sono pari a 411 milioni di euro, lo 0,08% del totale delle attività che gestisce Bnp Paribas». La decisione è stata presa dopo una serie di riunioni di Bnp Paribas con l’Ong Oxfam France e appena in tempo per parare il colpo della pubblicazione, proprio oggi  e proprio da parte di Oxfam, del  rapporto “Réforme bancaire: ces banques françaises qui spéculent sur la faim” dal quale emerge che «Le principali banche francesi possedevano nel 2012 almeno 18 fondi che permettevano loro di speculare per più di 2,5 miliardi di euro sul mercato delle materie prime. La Bmp Paribas, da sola, possedeva più della metà di questi fondi, per un ammontare totale di 1,4 miliardi di euro. Nel quadro della riforma bancaria, il cui esame comincia oggi all’Assemblée nationale, Oxfam France chiede ai parlamentari di mettere fine alla speculazione sulle materie prime agricole da parte di protagonisti finanziari francesi».

Oxfam France stila una classifica delle banche francesi che speculano di più sulle materie prime: Bnp Paribas è largamente in testa, seguita da  Natixis (gruppo Banque populaire/Caisse d’Epargne) e Société générale e  Crédit agricole. La compagnia assicuratrice Axa è tra quelle che propone più fondi speculativi di questo tipo. Clara Jamart, di Oxfam France, spiega che «Le banche francesi, con al primo al primo posto Bnp  Paribas, partecipano all’insicurezza alimentare mondiale crescente speculando sui mercati della materie prime agricole. Queste banche propongono ai loro clienti degli strumenti finanziari destinati a scommettere sulla fame. Di fronte alle conseguenze delle fiammate dei prezzi alimentari a ripetizione, questi gruppi devono mettere fine alle loro attività speculative sulle materie prime agricole».

Il rapporto Oxfam lancia un ulteriore forte allarme: «Bisogna agire subito. I mercati delle materie prime agricole, ormai considerati come redditizi dagli speculatori, si finanziano in effetti massicciamente e provocano regolarmente dei picchi dei prezzi alimentari quali quelli che abbiamo potuto osservare nel 2008, 2010 e 2012. Tra il febbraio 2005 ed il febbraio 2008, i prezzi alimentari sono aumentati dell’83%, registrando dei rialzi record del 191% per le derrate di base come il grano. Queste violente fluttuazioni dei prezzi colpiscono severamente le famiglie più povere dei Paese del Sud, che possono impegnare più del 75% del  loro bilancio nell’alimentazione».

La Jamart evidenzia che «L’evoluzione delle pratiche è inquietante: è da dopo la crisi alimentare del  2008 che in Francia è stata creata  la maggioranza dei fondi che permettono di speculare sulle materie prime agricole. A livello mondiale la tendenza è la stessa: nel 2011 l’ammontare totale di questi fondi rappresentava 90 miliardi di dollari, contro meno di 10 miliardi nel  2004. La riforma bancaria francese deve essere ben più ambiziosa ed essere l’occasione per farla finita con tutto questo».

Secondo Oxfam France la proposta di riforma del governo «Non va abbastanza lontano» e per questo chiede al governo socialisti/verdi ed al Parlamento di includere nel “Projet de loi de séparation et de régulation des activités bancaire” «Il divieto di ogni forma di speculazione sulle materie prime agricole, che le istituzioni francesi agiscano con loro fondi puliti (il che è già incluso nel progetto attuale),  o per conto dei loro clienti. Le operazioni corrispondenti ad un legittimo bisogno di copertura dei  rischi legati all’attività agricola sui mercati fisici non sarebbero colpite da questo divieto». Proposta non dissimile da quella che l’Spd ha presentato nel suo programma elettorale in Germania.

Oxfam France oggi ha lanciato anche la campagna “Banques: la faim leur profite bien” che durerà fino a giugno e che punta a interpellare gli amministratori delegati delle banche francesi perché nettano fine alle attività bancarie nocive alla sicurezza alimentare dei Paesi poveri e in via di sviluppo.

Anche la Barclays  sta  chiudendo il suo settore structured capital markets (Scm) che attraverso complessi trucchi fiscali favoriva i clienti e le imprese più ricche, attirando sulla banca britannica già travolta da scandali come quello della manipolazione del Libor, gli strali di molti parlamentari britannici. «Anche se questo è legale, andare avanti così è incompatibile con il nostro scopo», ha detto il  nuovo capo della banca, Antony Jenkins, che sta cercando di fare qualcosa che in molti ritengono impossibile: ridare credibilità all’immagine della Barclays Plc ed integrità all’agire della finanza britannica. Per questo la Barclays ha deciso di  smettere di negoziare le “soft” commodities “a fini speculativi”, dopo aver fatto scommesse per milioni di sterline sui prezzi di grano e soia, facendo guadagni colossali e spingendo alla fame milioni di persone, con gli “effetti collaterali” di migliaia di vittime delle quali nessuno parla.

La cura “etica” sarà dolorosa e la pagheranno i dipendenti: sono già state chiuse 4 delle 75 unità della Barclays  ed altre 17 sono in fase di ristrutturazione. Una ristrutturazione radicale che vedrà taglio degli stipendi dei dirigenti e di 3.700 posti di lavoro, con circa un miliardo di fatturato perso.

Jenkins ha assicurato che il braccio BarCap investment banking continuerà ad essere al centro della Barclays, nonostante lo scandalo Libor, venuto fuori grazie ad e-mail che rivelavano come le banche d’investimento modificassero a loro profitto i tassi Libor.  «Non ci sarà nessun ritorno ai vecchi modi di fare le cose – ha detto Jenkins – Abbiamo capito. Stiamo cambiando il modo di fare business, stiamo cambiando il tipo di attività che facciamo e stiamo creando un nuovo corso per il futuro della Barclays». Ma come spiega sempre il Sole 24 Ore, «La ritirata è comunque parziale, perché Barclays – uno dei protagonisti nel settore degli Etf su commodities – non smetterà di vendere prodotti indicizzati né si asterrà del tutto dall’operare sui mercati agricoli per conto dei suoi clienti».

La Barclays sembra fare buon viso a cattivo gioco: gli scandali finanziari internazionali che hanno travolto anche diverse banche britanniche gli sono costati molto cari. La Barclays ha annunciato una perdita di 1,6 miliardi di dollari per il 2012, a fronte di un profitto di 5 miliardi di dollari di un anno prima. La perdita include 3 miliardi di dollari di oneri speciali relativi alle varie sanzioni pecuniarie e le sanzioni pendenti. Però, escludendo le spese, la Barclays ha avuto un utile operativo di 11 miliardi di dollari, in crescita del 26%  rispetto  per cento dell’utile di 8,8 miliardi di dollari del 2011.

fonte:greenreport.it

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