Fertilità in età avanzata: un doppio screening genetico combatte l’orologio biologico

Portare indietro le lancette dell’orologio biologico di 10 anni è possibile quando si parla di ovociti. Abbinando lo screening genetico sul primo e sul secondo globulo polare, per le donne 40enni è possibile poter affrontare il desiderio di una maternità con una maggiore serenità. Questa doppia analisi aumenta infatti le percentuali di successo, arrivando a sfiorare un tasso del 50 per cento, «quasi come se si avesse a che fare con ovociti di una trentenne», osserva Michael Jemec, specialista in medicina della riproduzione del centro per la fertilità ProCrea di Lugano. «Sappiamo che l’età della donna è il principale ostacolo ad una gravidanza: l’orologio biologico femminile incide in modo determinante sulla capacità riproduttiva perché uno dei fattori che impedisce la gravidanza è la composizione cromosomica “non normale” degli ovociti prodotti. Numerosi studi dimostrano che nelle donne di età superiore ai 36 anni gli embrioni aneuploidi – ovvero con un numero di cromosomi anormale – vanno dal 63% fino a oltre l’80%, invalidando la possibilità di rimanere incinta».

Davanti ad una crescente età media delle donne che si rivolgono alle tecniche di procreazione assistita, l’esigenza maggiore è quella di «non perdere tempo», continua Jemec. «Aumentano infatti le donne che hanno il primo figlio intorno ai 40 anni: se guardiamo alle statistiche, nel 2005 le over quarantenni rappresentavano il 20% delle donne che si sono rivolte alla procreazione assistita; nel 2011 sono arrivate a rappresentare oltre il 30%. Assistiamo quindi ad un fenomeno sociale di rinvio della decisione di avere un figlio; fenomeno che però comporta una serie di problemi: primo quello della diminuzione della capacità fertile».

Per accelerare i tempi lo screening genetico pre-impianto sul primo globulo polare può dare una risposta. Risposta che viene rafforzata dalla medesima analisi applicata anche sul secondo globulo polare. «Se dallo screening genetico sul primo globulo polare è possibile evidenziare circa il 60-80% degli errori dovuti alla meiosi (la divisione cellulare); andando a praticare lo screening anche sul secondo globulo polare è possibile individuare il restante 20-40% di errori. Riusciamo così a individuare l’ovocita senza alterazioni cromosomiche, quello che ha una maggiore possibilità di portare ad una gravidanza», spiega Giuditta Filippini, direttrice di ProCreaLab, il laboratorio di analisi genetiche del centro ProCrea. «È come se la capacità riproduttiva della donna facesse un salto indietro nel tempo: si raggiungono percentuali di successo nelle 40enni che sfiorano il 50%, percentuali decisamente significative». Questo screening viene effettuato con il metodo Array CGH, «metodica tecnicamente complessa e delicata – in quanto si opera su una sola cellula -, ma che ci permette di vedere tutti i cromosomi presenti», precisa Filippini.

«Questo non vuol dire avere la certezza matematica di una gravidanza dopo l’impianto, ma ha elevato molto le possibilità di successo. È come avere a che fare con un ovocita di una donna di 10 anni più giovane: non c’è mai la certezza matematica, ma molti dei fattori di infertilità determinati dall’età della donna vengono quasi azzerati».

 

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