Nomofobia, la paura che ci portiamo in tasca

Si chiama nomofobia la nuova patologia legata all’uso smodato degli smartphone. Pochissimi di noi sono ormai immuni dall’uso dei cellulari di ultima generazione, che distolgono la nostra attenzione da cene con gli amici, paesaggi mozzafiato e persino dagli incontri col proprio partner.

Viene utilizzato il termine nomofobia, abbreviazione dall’espressione inglese no-mobile-phone, per riferirsi alla paura compulsiva di rimanere senza telefono cellulare, di ritrovarsi senza campo o con il cellulare scarico.

Gli smartphone sono ormai diventati a pieno titolo i migliori amici dell’uomo, trasformandosi da semplici oggetti di indiscutibile utilità pratica in vere e proprie appendici di se stessi per moltissime persone, che vi custodiscono fotografie, segreti, ricordi, da condividere continuamente con la propria rete di amici e conoscenti. Sembra ormai impossibile persino gustare una cena senza condividerne la foto sui social network. E non è insolito vedere in un locale un gruppo di amici che invece di parlare guardandosi negli occhi non alza la testa dallo schermo, senza riuscire a staccarsene un attimo. Nomofobia collettiva dunque.

Si è iniziato a riferirsi a questa patologia nel 2008, con delle indagini condotte fra i giovani. Dalla prima analisi quantitativa è emersa una percentuale del 53% degli intervistati affetta da questo disturbo, percentuale salita al 66% solo quattro anni dopo. Il profilo del dipendente descrive persone comprese per lo più tra i 18 e i 24 anni, accomunati da comportamenti tipici quali la resistenza a spegnere il cellulare, l’incapacità di separarsene anche solo per pochi minuti, la tendenza ossessiva a controllare messaggi e notifiche di vario genere.

David Greenfield, assistente clinico di Psichiatria all’Univeristà del Connecticut, sostiene che questa nuova forma di dipendenza dipenda da un malfunzionamento della dopamina, il neurotrasmettirore che regola il circuito celebrale della ricompensa, spingendo a compiere un’azione per avere in cambio un premio. Considerando i messaggi come un premio, il fatto di non sapere quando arriverà una nuova notifica, costringe il cervello della persona affetta dalla patologia a controllare continuamente. Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, ricercatori dell’Università di Genova, osservano invece che come in ogni dipendenza il primo sintomo è la negazione .

Una delle prime conseguenze della patologia è un calo di attenzione verso molte attività quotidiane, dal conversare, al cucinare, al guidare, con immaginabile conseguenze. La patologia però non si limita a questo, ma comprende sintomi come attacchi di panico, ansia, stress.

Insomma, paradossalmente quello che dovrebbe essere uno strumento di comunicazione e dunque di connessione con gli altri per eccellenza, finisce invece con l’influire sulla psiche delle persone fino a spingere ad una sorta di isolamento costante da quanto accade loro intorno nel momento presente.

 

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