Eco-fibre, conoscerle e apprezzarle

Come ben tutti sanno, nell’antichità i tessuti erano 100% naturali e il mondo stava molto meglio di oggi. Poi le cose sono cambiate, e sono arrivate anche fibre artificiali di vario genere, che di naturale, green o bio nulla avevano. Ma la provvidenza (se così vogliamo chiamarla) in questo mondo soffocato dall’inquinamento ha fatto sì che la coscienza di alcuni si sia svegliata e v’è un nuovo ritorno alle eco-fibre, vecchie e nuove.
Conosciamole meglio:

Fibra di banana: già nel 13° secolo le bucce di banana venivano bollite e trattate per ricavarne una fibra morbidissima, molto ricercata e utilizzata in Giappone per produrre i tradizionali kimono. E sempre dalle bucce di banana viene ricavata, attraverso un processo industriale diverso, un tipo di carta.

Lana, cotone, seta: sono i tessuti bio più classici e diffusi che la tradizione ci ha tramandato. Perché possano essere considerati veramente naturali, è necessario che l’intera filiera rientri in parametri ecologici ed etici rispettosi dell’ambiente, del lavoro umano, del terreno e dei consumatori finali.

Fibra di bambù, canapa e kenaf: tra i tessuti bio di nuova concezione, invece, spiccano il bambù, la canapa e il kenaf. Il bambù, in particolare, si sta rivelando una fonte inesauribile di materia prima per una vasta gamma di utilizzi. La fibra che se ne ricava è completamente atossica, antibatterica e biodegradabile. Stesso discorso per la canapa che, al pari del bambù, è una coltivazione dal bassissimo impatto ambientale non richiedendo pesticidi e additivi chimici. Il kenaf, più conosciuto con il nome di ‘ibisco’, è sfruttato per molti usi oltre che per l’omonimo tessuto ricavato dalla fibra della pianta.

Lenpur: dai rami dell’abete bianco si ricava invece il lenpur, autentica novità nel mondo dei tessuti vegetali, di cui si apprezza la particolare morbidezza, e le capacità traspiranti e deodoranti della sua fibra.

Fibre marine: Seacell e Crabyon arrivano direttamente dal mare: il primo è ottenuto dagli scarti di lavorazione dei crostacei prodotti dall’industria alimentare per farne una fibra antibatterica, molto utilizzata per l’abbigliamento sportivo. Il secondo, invece, è una fibra di cellulosa ricavata dalle alghe marine che si caratterizza per le straordinarie capacità rimineralizzanti a contatto con la pelle e per la resistenza dopo numerosi lavaggi.

Lanital: oggi desta perplessità, ma durante il Fascismo l’autarchia aveva scoperto una fibra derivata dal latte (lanital) che veniva utilizzata per confezionare abiti di varia fattura . Oggi il suo utilizzo sta tornando in voga per le caratteristiche antibatteriche dimostrate e l’estrema morbidezza ma anche grazie ad una nuova lavorazione che ne impedisce il restringimento. E’ impiegata per la creazione di abiti per neonati.

Podtex: L’’ultima novità in fatto di tessuti biologici, nato dall’ingegno di una giovane australiana, è il podtex, una fibra ottenuta dalle capsule esauste di caffé con la quale si possono confezionare vestiti e gioielli.

Ma come possiamo essere certi che la nostra scelta ricada su tessuti veramente ecosostenibili e naturali? Per orientarsi nel dedalo delle proposte attualmente sul mercato sono nate una serie di certificazioni che ne garantiscono la filiera e la qualità sulla base di caratteristiche e metodi di lavorazione oggettivi.

Due di questi sono il GOTS, la certificazione che garantisce anche metodi di lavorazione rispettosi dei lavoratori, e l’OEKO-TEX che riguarda i metodi di tintura dei tessuti.
Ora non ci resta che provarle.

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