Banca Mondiale, nel mondo un miliardo di poveri

La sfida è di quelle che vale la pena accettare e giocare fino in fondo: ridurre la povertà estrema nel mondo. La strada è già imboccata, se è vero che dal 2008 al 2011, dunque in soli tre anni, il numero dei diseredati della Terra è sceso di 200 milioni, passando dal 19 al 14% della popolazione. Resta comunque un numero altissimo, anzi “inaccettabile”, ha scandito oggi la Banca Mondiale, considerando anche che quando si parla di povertà estrema si ragiona su creature che sopravvivono con meno di 1,25 dollari al giorno, che insieme costituiscono un settimo della popolazione del pianeta.

Il mondo ha fatto molti progressi nell’ultimo quarto di secolo nel ridurre l’estrema povertà, ora abbiamo l’occasione di mettere fine all’estrema povertà in meno di una generazione”, ha affermato il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim. “Il nostro lavoro non sarà terminato fino a quando non troveremo un modo per ridurre le disuguaglianze che persistono. Un mondo più uguale vuol dire trovare modalità per distribuire la ricchezza ai miliardi di persone che non hanno quasi nulla”, ha aggiunto.

L’obiettivo della Banca Mondiale è quello di eliminare la povertà estrema entro il 2030. Le previsioni nel rapporto stilato insieme con il Fmi evidenziano che la povertà rimarrà “ostinatamente alta” in Asia meridionale e nelle regioni subsahariane dell’Africa, dove si stima che risiederanno 377 milioni di poveri sui 412 milioni previsti al 2030. Nel 2011 in queste aree c’erano 814 milioni di poveri sul totale calcolato dal rapporto.

Sebbene il numero degli indigenti risulti ridotto su scala globale, ciò non giustifica lo scarso interesse dei governi dei paesi sviluppati e delle organizzazioni internazionali verso politiche di perequazione a livello planetario, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, che però sottolinea l’importante dichiarazione del presidente della Banca Mondiale verso un mondo più giusto ed equo che dovrebbe essere presa immediatamente quale faro guida delle politiche economiche globali.

 
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