Come eravamo: Battipaglia, la storia può insegnare

La storia siamo noi, cantava De Gregori. Ci sono eroi e storie in questa Nazione che albergano ancora nella memoria e nel cuore di qualche cittadino italiano. Ci sono, inoltre, parole che rimangono nell’anima e la rivoltano sotto sopra estirpando, dalla profondità delle nostre viscere, emozioni che non potremmo mai comprendere. Scene che ci ricordano come siamo cambiati. In peggio. Gli eroi, quelli normali, devono essere il nostro termine di paragone.

Il 9 Aprile del 1969, Battipaglia, una città del salernitano, era in sciopero.
Una città intera è scesa nelle strade per protestare pacificamente nell’intento di sensibilizzare politici e dirigenti sull’emergenza lavoro che stava martoriando la città. I cittadini volevano lavorare. Addirittura, dicevano che “Chi lavora per tre mesi è un re” alludendo al fatto che quello fosse il tempo massimo di assunzione nei siti industriali battipagliesi. C’erano poche fabbriche e l’impiego era stagionale. Ci si arrangiava, allora. La solidarietà tra le persone era alta. Chi aveva qualcosa lo divideva con chi ne aveva bisogno. Le famiglie manifestavano per poter dare l’opportunità ai propri figli di restare nella propria terra e non fuggire lontano dagli affetti. Chiedevano di essere ascoltati per poter vivere collettivamente in maniera dignitosa.

Carmine Citro era un ragazzo di 19 anni, all’epoca. Lavorava come tipografo. È stato ucciso con un colpo alla testa dalla polizia che ha sparato sui manifestanti. Carmine non era disoccupato. Protestava perché altri come lui non avevano le sue stesse possibilità. I familiari cercavano di farlo desistere dallo scioperare. Gli dicevano che lui non c’entrava niente,in quanto un lavoro lui ce l’aveva. Il giovane, come se fosse qualcosa di naturale, rispondeva che doveva combattere per gli altri, perché i giovani hanno il dovere di farlo. Il racconto della mamma è un inno alla giustizia sociale e al riscatto morale. Parole vere, di gente forse meno istruita, ma con molti più attributi e idee di tanti pseudorivoluzionari/intellettuali di questo tempo.

Carmine era solo un ragazzo. Un’anima grande. Un coraggio che è raro trovare al giorno d’oggi, nonostante la storia si ripeta nello stesso vergognoso modo dell’epoca. Abbiamo maledettamente bisogno di ragazzi come lui. Sono persone così che mantengono viva quella fottuta speranza di cambiamento. Per ogni Carmine ucciso, dovevano germogliarne altri 1000 che, con la sua stessa voglia di uguaglianza, avrebbero impedito agli impostori di sfruttare le persone e ridato nuova linfa alla terra che abitavano. Di questo eroe moderno, non si ritrova traccia nella memoria di giovani e non.

Morì anche una giovane professoressa di scuola media di Eboli, Teresa Ricciardi. Aveva la colpa di essere affacciata ad un balcone mentre la polizia sparava. È stata raggiunta mortalmente da una pallottola. Nessuno, dai riscontri effettuati, ha pagato per il duplice omicidio della PS (o SS, il confine è estremamente sottile) dell’epoca (anche oggi, dopo i fatti della Diaz,la giustizia langue).

Dopo l’uccisione dei due ragazzi, i battipagliesi cacciarono la polizia dalla città, occupando per un giorno Battipaglia. Gridavano “mafiosi” a politici e industriali. Oggi, il comune è commissariato in seguito allo scioglimento per mafia della giunta comunale . Altri tempi.

Intervistati da attivisti del PCI in un video disponibile in rete (https://www.youtube.com/watch?v=y6SMow-pn-4), i cittadini si indignavano anche per le falsità che Il Mattino, giornale campano, aveva riportato il giorno dopo le cariche sanguinarie della polizia.

Un copione che si ripete. Anche a colori.
per Carmine e Teresa in alto i cuori.
Nessun cittadino ora ricorda,
le cose buone la gente si scorda.
Le parole della madre del giovane ucciso
schiaffeggiano dei giovani il viso
Come potete rinunciare alla vostra guerra,
mentre stuprano e umiliano la vostra terra?

 
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