Ebola: Gino Strada “Se me la becco resto e mi faccio curare qua”

E’ in Sierra Leone a curare i malati di Ebola Gino Strada. “Se me la becco”, dice al Corriere, “resto e mi faccio curare qua”. Il fondatore di Emergency parla della situazione in Sierra Leone: “La prima sensazione che si ha atterrando a Freetown è paura. Poi vedi la gente che sta male e il problema diventa trovare un letto per un nuovo paziente che non sai dove mettere. Qui ci sono almeno 80-90 nuovi casi al giorno”.

In Sierra Leone c’è un centro chirurgico e pediatrico di Emercency. Il 18 settembre “abbiamo aperto anche centro di trattamento per Ebola fuori Freetown. Ci lavorano 100 operatori locali, 11 italiani, un serbo e un’americana. Il lavoro è massacrante: nelle tute protettive arrivi a 50-60 gradi, dopo mezzora hai perso due chili”. C’è bisogno di medici e di infermieri, denuncia Strada “15 partirebbero subito dall’Italia ma sono bloccati dalla burocrazia. E chiediamo al ministro della Salute Beatrice Lorenzin di dichiarare l’emergenza in modo che chi vuole possa partire”.

Strada paragona l’emergenza Ebola all’Aids. “Da un focolaio è diventata una pandemia perché per 4 anni si è pensato solo ai diritti sui vaccini. Ora dobbiamo agire. Ognuno faccia la sua parte”. Per quanto lo riguarda, “tra una settimana partiamo con uno studio clinico per cercare una terapia. Ad alcuni pazienti abbiamo somministrato un farmaco antiaritmico d uso comune in cardiologia da 50 anni: l’amiodarone. Ha una forte capacità di impedire l’ingresso del virus nelle cellule. Ci siamo rivolti ad un comiutato etico indipendente che ha validato il protocollo elaborato con l’Istituto Spallanzani e l’Ircss Asmn di Reggio Emilia. Questa è una speranza per curare Ebola”.

Ebola in Sierra Leone: il nostro Centro per i malati a Lakka è pieno

Trenta nuovi malati ogni giorno, un picco di 121 morti in sole 24 ore: l’epidemia di ‪Ebola‬ in ‪Sierra Leone‬ ha raggiunto proporzioni devastanti.

Il nostro Centro per malati di Ebola a Lakka è pieno e per questo motivo siamo costretti a rifiutare nuovi pazienti. «Non è facile dire a una persona “ci dispiace, non abbiamo posto” – spiega Luca, il nostro coordinatore nel Paese – ma dobbiamo garantire la sicurezza del nostro staff e mantenere le condizioni per curare al meglio le persone che sono già ricoverate qui». Un Centro sovraffollato, infatti, metterebbe a rischio sia chi ci lavora sia i pazienti. Noi facciamo tutto quello che possiamo, ma sappiamo che serve ancora di più: una risposta coordinata a livello internazionale, medici e staff sanitario, risorse e finanziamenti.

Intanto, nei giorni scorsi a Lakka abbiamo finalmente avuto una buona notizia: dopo giorni di isolamento e di cure, con la paura di non farcela, abbiamo dimesso le due ragazze ritratte nella foto insieme a Giovanni e a Milos, logista e infermiere. Monjama e Salatu ce l’hanno fatta, sono guarite dall’Ebola. «Vorrei tanto lavorare con Emergency, qui a Lakka» ci ha detto Monjama, che abita proprio vicino al Centro.

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