Imballaggi autoconservanti, stop agli additivi negli alimenti

Abbiamo spesso parlato di imballaggi innovativi, la cui composizione non vada a danneggiare il cibo che contengono e che allo stesso tempo possano essere sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Quindi che si tratti di cartone, vaschette o vetro l’importante è che il cibo non assorba sostanze inquinanti e nello stesso tempo di conservi bene. Ebbene ci siamo arrivati, si chiama “Active Packaging” edè il risultato di una ricerca tutta italiana, fatta da una team di scienziati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coordianto daValentina Beghetto, ricercatrice e docente di Chimica Organica Industriale.

Lo scopo è quello di garantire alimenti il più puri possibile, non contenenti da additivi, conservanti né antiossidanti che restano “appiccicati” alle superfici dei loro contenitori grazie a un film che riveste l’interno dell’imballaggio. In questo modo si potrebbe contribuire “a ridurre intolleranze e allergie in continuo aumento sia tra i bambini che tra gli adulti”, dice Valentina Beghetto. Ma come funziona? la medaglia al merito va ai composti organici che funzionano in modo simile agli enzimi, attivando reazioni chimiche senza lasciare traccia all’interno del prodotto finale.

Si tratta di un packaging ‘autoconservante’, e contemporaneamente attento all’ambiente. Il team dei ricercatori, nei laboratori del Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi, hanno sviluppato composti organici che permettono di modificare e migliorare prodotti industriali in modo ecocompatibile ed economico. Dice infatti la ricercatrice: “Cerchiamo di realizzare materiali che siano il più possibile biodegradabili riducendo l’impatto sull’ambiente. Per questo utilizziamo anche materiali di scarto delle industrie manifatturiere, come quella della carta o alimentari, li recuperiamo e li riutilizziamo trasformandoli in materie prime secondarie”.

In più l’Active Packaging promette molteplici ambiti di applicazione, in particlare se guardiamo al fatto che parte fondamentale della ricerca ha riguardato l’abbattimento dei costi. “Questo è uno studio che parte da lontano, abbiamo iniziato studiando le applicazioni di tipo farmaceutico, che avevano costi elevati, e poi abbiamo ottimizzato procedure per abbattere i costi e fare in modo che un litro di latte venduto in un contenitore di questo genere mantenga un prezzo accettabile” spiega la ricercatrice.

Fino ad oggi era solo l’industria farmaceutica a potersi permettere un ‘attivatore’ come quelli studiati dal team della Beghetto. L’input è partito prendendo come modello le biotecnologie, per riuscire ad applicare queste innovazioni a settori con produzione di massa, come quello alimentare. Per trasferire questa invenzione alle aziende, l’ateneo ha appena approvato lo spinoff Crossing.

La ricercatrice sostiene: “La nostra tecnologia semplifica processi produttivi e abbatte costi di almeno 10 volte rendendo accessibili innovazioni che oggi esistono solo sulla carta, nelle idee e nei brevetti, ma che nessuno ha messo in pratica perché fino ad ora economicamente insostenibili”. Ora lo spinoff cerca sostegno alla propria attività di ricerca e di sponsorizzazioni da parte delle aziende che possono avere interesse a sviluppare la parte industriale del progetto e a sostenere il team.

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