Imballaggi nel consumo quotidiano, cosa c’è da sapere

Il consumismo, si sa, spesso porta a compiere delle azioni non ragionate o poco consapevoli.
Crediamo di essere protetti da una qualche rete di salvataggio che sta lì ad aspettare noi se compiamo scelte errate oppure ci fidiamo oltre modo di chi rifornisce gli scaffali di prodotti sui quali c’è scritto solo ciò che vogliamo sentire e non l’altro volto della realtà.
Cerchiamo di illustrare come alcune nostre cattive pratiche quotidiane possano dimostrarsi controproducenti per noi e l’ambiente circostante.

Oggi consideriamo pochi prodotti, ma consumati quotidianamente.
Prendiamo in esame il posto dove la maggior parte degli italiani si reca per effettuare gli acquisti di prima necessità: il supermercato.
Compriamo 1 kg di pane fresco imbustato , un cartone di latte e una confezione da sei di bottiglie in plastica.

La plastica del pane, spesso, risulta indifferenziabile per via delle etichette in carta utilizzate per descrivere il prodotto e per la differente composizione del materiale plastico di cui è composto.
Se utilizzassimo il fornaio a due passi da casa o ci limitassimo a prendere quello fresco al banco e portarci da casa la borsa adatta, sarebbe un ottimo accorgimento che indurrebbe, chi lo produce e chi lo vende, a non utilizzare gli incarti bi-materiale non riciclabili e trovare soluzioni green.

Il litro di latte è imballato in una confezione classica tetrapak composta al 75% da carta e il restante 25% da plastica e alluminio. Molte aziende preferiscono utilizzare la sigla CA per indicare che si tratta di carta+plastica e non, semplicemente, di cellulosa (non vi preoccupate, l’emicrania è comprensibile). Altre aziende, invece, utilizzano la sigla C/PAP, indicato dal numero 84 all’interno delle tre frecce curve indicanti il riciclo. Questa sigla esprime meglio la composizione del materiale, ma non chiarisce come differenziarlo. A seconda del comune di residenza, si può gettare nella carta oppure nella plastica.

Quasi sempre, finisce nell’indifferenziato. Suolo e mare ringraziano.
Un modo semplice per poter risolvere il problema è non acquistare latte animale, visto che siamo gli unici esseri viventi a bere quello di specie differenti dalla nostra, ma dirigerci verso quelli vegetali producibili anche in casa.
Se, invece, vogliamo proprio quello della Lola, allora dovremmo richiedere che mettano delle botti, non attaccate direttamente alle ghiandole mammarie delle mucche (l’uomo ne è capace), dalle quali possiamo attingere il liquido svezzante , scegliendo il volume desiderato, con le riutilizzabili e sostenibili bottiglie di vetro.

Veniamo all’acqua in plastica. Leggiamo sull’etichetta che proviene da questo o quel monte e ci fidiamo degli studi chimico-fisici effettuati da questa o quella Università.
Ciò che trascuriamo è il passaggio dalla fonte alla nostra tavola. Le bottiglie di plastica possono essere lasciate a luccicare al sole per molti giorni, a volte mesi. Il PET (polietilentereftalato), materiale comune delle bottiglie in plastica, è composto da monomeri di acido tereftalico con aggiunta di additivi che possono comprendere coloranti, antiossidanti,plastificanti o lubrificanti (forse per chi utilizza il contenitore cilindrico in modo diverso).

Queste sostanze, con il calore generato dalla luce solare e dalle variazioni di temperatura alle quali sono soggette da un deposito all’altro dove albergano per un tempo imprecisato, possono disciogliersi nell’acqua variando le originali proprietà organolettiche e generare intossicazione per chi le assume, inconsapevolmente, credendo di bere esclusivamente acqua.
L’acqua corrente è potabile, controllata quotidianamente (anche da noi stessi) e fruibile in ogni momento.

Possiamo riempire le bottiglie in vetro o quelle in policarbonato, facente parte dei materiali classificati con il numero 7 del codice di riciclo. Perché affidarsi a qualcosa che viene da lontano? Basta davvero un’etichetta per dissipare ogni nostro dubbio? Eppure, mentre leggiamo che può provocare diuresi (cosa impensabile bevendo liquidi), non è riportato che, a seconda della conservazione della bottiglia, potremmo andare incontro ad una lieve intossicazione che batte largamente la normale discesa gravitazionale dell’urina come situazione particolare alla quale prestare attenzione.

È terminato il tempo nel quale potevamo essere consumatori ingenui solo perché non avevamo abbastanza notizie sulle conseguenze delle nostre azioni.
Dobbiamo sforzarci, per quanto sia opprimente la vita quotidiana, di essere consapevoli.
Lo si diventa informandosi e prendendo coscienza di ciò che accade intorno a noi.
Continuando in questo modo, aggiungiamo un altro pezzo alla montagna di rifiuti nascosta sottoterra o in bella mostra negli oceani. Il nostro lascito alle generazioni future. Quanta generosità.

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