Marijuana, un medicinale ancora da scoprire, parola del professor Mechoulam

Il professor Raphael Mechoulam, con i suoi 84 anni, è stato uno dei primi a studiare le potenzialità terapeutiche della marijuana già cinquantanni fa, quando nessuno se ne occupava se non perchè associata all’oppio e alle assiociazioni a delinquere. Eppure molto prima di lui fu Dioscoride che, al seguito dell’esercito romano, la disegnò nel suo De Materia Medica e ne trattò le proprietà. Ci dobbiamo ripetere ancora, gli antichi erano molto più avanti di noi.

Il professor Mechoulam, che è stato rettore dell’Università ebraica a Gerusalemme, è riuscito ad isolare e a definire la struttura del tetraidrocannabinnolo (Thc), cioè il psicoattivo dell’erba, e, ancora prima aveva scoperto il cannabitolo (Cdb), elemento non tossico, senza effetti stupefacenti.

Mentre gli USA la proibirono nel ’37, le Nazioni Unite la dichiararono illegale nel ’61 il professore decise invece di occuparsene, perchè voleva capire, ma la materia prima non fu facile da recuperare per un istituto scientifico. «Ho chiesto a un amico che conosceva il capo della narcotici. Lo ha chiamato, gli ha detto: ti puoi fidare, è un bravo ragazzo. Sono andato a recuperare cinque chili di hashish sequestrati al confine con il Libano, li ho riportati a casa in autobus, nessuno capiva che cosa fosse quell’odore che traspirava dalla mia borsa».

Grazie alla collaborazione di Yechiel Gaoni, Mechoulam riuscì ad estrarre e sintetizzare il Thc, dosarlo, sperimentarlo sugli animali e sugli esseri umani. «Non sapevamo come funzionasse, quali effetti avesse sul cervello. Così abbiamo preparato una torta con 10 milligrammi di Thc puro. L’abbiamo fatta assaggiare a dieci amici, cinque avevano già fumato, cinque no. Mia moglie non ha sentito nulla, un altro non riusciva a smettere di parlare, era un parlamentare, tipico per un politico. Abbiamo provato una dose più forte e in due hanno sviluppato sintomi paranoidi molto pesanti. È stato sorprendente vedere come uno stesso prodotto avesse risultati così diversi sugli individui».

In Israele i pazienti che ricevono la marijuana sono ormai 18 mila, è il secondo Paese al mondo per distribuzione. I casi sono definiti dalla legge («non basta presentarsi e dire: ho mal di schiena»): soprattutto dolori «cronici» causati dal cancro o altre condizioni, la sclerosi a placche, per contrastare la nausea da chemioterapia, il Parkinson, la sindrome di Tourette. «Uno studio recente ne ha dimostrato l’efficacia contro il disturbo da stress postraumatico, un aiuto fondamentale in un Paese come questo dove le guerre non finiscono mai e i soldati sono ragazzi di 18 anni».

Mechoulam è riuscito ad ottnere i finanaziamento dagli Stati Uniti dopo molte richieste, ma alla fine sono arrivati grazie ad un dirigente del National Institute for Health: un senatore l’aveva interpellato perché aveva sorpreso il figlio a fumare e voleva sapere se distruggesse il cervello.

Il professore viene consultato dal ministero della Sanità israeliano per decidere come strutturare e far evolvere la distribuzione di marijuana terapeutica. «È fondamentale che i medici, una ventina quelli autorizzati in Israele, sappiano esattamente quello che prescrivono e i pazienti quello che prendono, come per tutti i medicinali. Ormai i coltivatori sono in grado di produrre piante con precise percentuali di Thc e Cbd. La terapia e l’efficacia sono diversi».

I trafficanti e gli spacciatori smerciano lo sballo, così l’erba illegale è inzuppata di tetraidrocannabinolo e viene ridotta la quantità di Cbd, che però serve ad attenuare gli effetti negativi del Thc. «Il cannabidiolo è un tesoro ancora da esplorare per la farmacologia. È un anti-infiammatorio, sembra funzionare per l’artrite reumatoide, l’epilessia nei bambini, la schizofrenia. Non è una droga. Solo che immettere un preparato sul mercato costa tantissimo — gli studi di tossicità, la sperimentazione — e per ora nessuno sembra interessato a investire nell’erba migliore».

 
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