La metamorfosi negativa del calcio e dei tifosi

Il calcio, si sa, è lo sport nazionale di molti Stati. Esistono diversi modi di viverlo. In Italia, la partita non dura 90 minuti, ma dal fischio finale di una partita al fischio d’inizio di quella successiva. Da anni, non si parla d’altro. È totalizzante, permettendo di trascurare gran parte dei problemi che hanno portato a questa situazione di disagio sociale e disastro economico.

Dopo Calciopoli, si pensava che questo sport potesse assumere il giusto valore, ossia un ruolo di contorno della nostra quotidianità. Così non è stato. Ci ritroviamo, dunque, in un Paese che, tra crollo di consumi, di occupazione e di stipendi (parliamo di persone comuni, non di onorevoli sanguisughe), gira ancora intorno a questo show business (di sport,ormai, è rimasto ben poco).

Si rinuncia a qualcosa di importante pur di sottoscrivere l’abbonamento della pay tv per inveire, a pagamento, contro calciatori con conti in banca considerevolmente elevati rispetto a quelli del tifoso medio.
Una persona non abbiente che incita una parecchio abbiente perché dia prestigio ad una società facoltosa che richiederà sforzi economici ai tifosi per sostenere i giocatori affinché vincano premi che andranno alla squadra della quale il tifoso non fa parte e quindi serve solo a finanziare tutto il giro. Non vi suona familiare come ginepraio?

Ora, realizzare di vivere in un quadro del genere, non risulta difficile. In quanti,però, ne prendono coscienza?
Gli scandali calcistici, tra scommesse, doping, pressioni arbitrali e irregolarità finanziarie, si verificano ancora, solo che passano in sordina per non indurre il telespettatore a dubitare della regolarità degli incontri. L’ultimo mondiale in Brasile è stato emblematico in questo senso. Sono state volutamente nascoste scene di povertà e degrado che avrebbero potuto distogliere lo sguardo degli appassionati dalla sfera (quasi come se fosse un pendolo ipnotizzante) e direzionarlo verso schizzi di miseria e assurdità. Non si può permettere questo crimine. Le persone devono vivere nella convinzione che lo spettacolo vada sempre avanti. Lo dobbiamo agli sponsor. Si contesterà, sicuramente, il fatto che il calcio è una distrazione dai problemi quotidiani.

Potrebbe esserlo se solo venisse reputato solo un momento di sport e di piacere piuttosto che un insieme di eventi nei quali un capo ultrà criminale interrompe una finale di coppa nazionale, nelle zone circostanti gli stadi, si scatenano guerriglie urbane, gli impianti sono obsoleti, ci si manca di rispetto tra avversari, si vomita odio verso chi ha il colore della pelle diverso. Come può questo complesso di sequenze deliranti essere un momento di svago?
A vedere questi capolavori di civiltà sale l’ansia. Meno male dovevamo distrarci. In realtà, lo siamo, distratti, perché non ci occupiamo che di questo. Se aprissimo la nostra mente a qualcosa di più soddisfacente per noi, ci sarebbero alcune persone che resterebbero con un pugno di mosche in mano. Questo non è concepibile. Inoltre, i modelli calcistici di riferimento sono mutati notevolmente. Siamo passati dai signori del calcio a gente che cerca la rissa ad ogni costo. Più l’eroe è negativo, più viene acclamato dalla folla. Questo non è più lo sport che amavamo.

“Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio” – Winston Churchill

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