La morte dell’assistenza socio-sanitaria tra tagli, insolvenze dello Stato e precariato

Ieri, gli educatori di tutta Italia sono scesi in piazza per scioperare. Le motivazioni sono molteplici. È una categoria che negli anni è stata svilita e privata dei diritti che spetterebbero ad ogni lavoratore. Gli educatori sono figure professionali che operano in diversi ambiti dell’assistenza sociale, dalle scuole alle comunità, dal domiciliare al trasporto disabili.
Forniscono un supporto fondamentale nella gestione delle disabilità e di casi connessi ai mali di questo secolo. Nelle scuole, ad esempio, hanno un ruolo equiparabile a quello dell’insegnante di sostegno ai quali si affiancano e, spesso, per necessità di budget, si sostituiscono.

Nelle comunità, sono le uniche figure professionali che assistono i pazienti, oltre le loro funzioni e competenze. Ci riescono benissimo, riuscendo a sostenere situazioni molto complesse. Sono professionisti a contatto con persone che presentano ogni sorta di problematica; si beccano sputi, insulti, pugni e calci. Nonostante questo, lavorano per l’integrazione di soggetti emarginati dalla società, insegnano il rispetto e la bellezza della diversità, vivono sulla propria pelle le situazioni più aberranti di individui con le più disparate patologie, andando, per loro sfortuna, oltre le mansioni e competenze personali. Tutto questo avviene, spesso, con una insufficiente comunicazione e aleatorie direttive da parte di medici, infermieri e dirigenti scolastici. Una solitudine che complica notevolmente il loro operato che resta, comunque, di alto livello, malgrado tutto.

Oltre alle difficoltà oggettive riscontrabili sul campo, devono far fronte anche alle conseguenze dovute al CCNL (Contratto Collettivo Nazionale dei Lavoratori) firmato con la pistola puntata alla tempia (se non veniva accettato, andavano tutti a spasso). L’accordo prevedeva numerosi paletti che hanno, di fatto, reso insostenibile operare dignitosamente nell’assistenza socio-sanitaria. Due su tutti, sono i punti sui quali gli educatori si stanno battendo da tempo. L’introduzione della banca ore, un sistema che prevede l’accumulo delle ore in eccesso in un deposito virtuale da liquidare, poi, con l’emissione della tredicesima se le ore lavorative sono in eccesso e la sottrazione di denaro al lavoratore, se le ore, a causa di eventi indipendenti dall’operatore (ad esempio, se un bambino assegnato lascia la scuola o se un servizio viene tagliato per mancanza di fondi comunali), sono in meno, rispetto al contratto stipulato con la cooperativa di appartenenza.

L’altro punto che genera le maggiori difficoltà è la sospensione estiva per gli educatori dell’assistenza scolastica. Con la fine delle scuole, sono convocati nelle sedi della cooperativa per firmare l’interruzione del servizio e, quindi, dello stipendio per tutto il periodo estivo, senza poter avere la possibilità di essere impiegati, in quel periodo, su altri servizi come i centri estivi o nella turnazione feriale che avviene nelle comunità. Un educatore con famiglia, quindi, è costretto a stare senza entrate per un periodo di tre mesi, senza usufruire della disoccupazione, in quanto ancora legato, contrattualmente, ma non effettivamente, al datore di lavoro. Una precarizzazione a tutti gli effetti per figure professionali essenziali nell’economia dell’assistenza sociale e sanitaria. Tutto questo è stato favorito dal gioco delle esternalizzazioni. Funziona così. I comuni che non vogliono pagare gli educatori dipendenti 10 euro l’ora indicono delle gare d’appalto per le cooperative sui servizi di assistenza. Le aziende che offrono meno si aggiudicano le gare.
Così facendo, i dipendenti delle aziende vincitrici saranno pagati dal 20 al 25 % in meno rispetto a quelli statali che, di conseguenza, risultano in minoranza.

Inoltre, molte cooperative sociali aspettano ancora pagamenti per migliaia di euro dai comuni che rinviano continuamente il saldo del loro debito. In questo modo, le aziende esterne sono costrette a collocare i loro dipendenti riducendogli le ore in maniera consistente e a rivedere le modalità di gestione dei servizi. Il caos totale. Gli operatori di assistenza socio-sanitaria hanno manifestato anche contro il Jobs Act di Renzi che abolisce l’articolo 18 (Statuto dei lavoratori) privando il lavoratore del diritto di essere reintegrato qualora il datore di lavoro lo licenziasse senza lecito motivo. Ergo, le aziende sono libere di poter far fuori chiunque senza che il lavoratore licenziato sia in alcun modo tutelato. Una ulteriore beffa per una categoria che rischia di scomparire gettando nel caos milioni milioni di famiglie italiane che giovano dei loro servizi. Il premier, intanto, conduce il suo personale show alla Leopolda di Firenze dove Davide Serra (l’imprenditore e finanziere intimo di Renzi) ha affermato che “Bisogna limitare il diritto di sciopero ai lavoratori pubblici”.

Quando ci renderemo conto che viviamo sotto l’egida della dittatura di un uomo che prende ordini dall’alta finanza? Il suo operato, finora, non lascia spazio ad alcun dubbio. È in corso lo smantellamento programmato dell’Italia.

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