Più succo d’arancia nell’aranciata, protesta dei produttori

Strano ma vero il Parlamento, favorevole il Governo, ha approvato in via definitiva una norma che regola la produzione delle bibite alla frutta, tra cui le aranciate. La norma prevede che, per ciò che concerne la produzione italiana di queste ultime, esse contengano almeno il
20% di succo d’arancia contro il precedente limite del 12% che è valido per gli altri paesi dell’Unione Europea.

Ci sarebbe da festeggiare per questo, visto e considerato che sette mesi fa, questo provvedimento era stato bocciato in Commissione Affari Europei, dopo un no del Governo all’emendamento presentato da due deputati del Pd Nicodemo Oliverio e Michele Anzaldi in Commissione Affari costituzionali della Camera, che prevedeva appunto l’innalzamento della percentuale minima di vera frutta nelle bevate dal 12% al 20%.

Il provvedimento dovrebbe andare incontro agli agricoltori e ai produttori di agrumi, ma in realtà pare che di fatto l’effetto sarà quello di un boomerang, come spiega Assodibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i fabbricanti di bevande analcoliche: “Il problema di fondo”, spiega il presidente Aurelio Ceresoli, “è che la nuova norma è applicabile alla sola produzione in Italia e non ai prodotti importati. La scelta di discriminare e penalizzare la produzione made in Italy rimane incomprensibile per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori”.

“Non è inoltre vero, né dimostrabile”, conclude Ceresoli, “che l’aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all’estero, minori saranno le forniture di succo italiano. Oltretutto questo provvedimento incide su un settore, quello delle bibite rinfrescanti alla frutta, che pesa solo per il 10% su tutto il più ampio comparto dei succhi”.

Dello stesso parere anche Federalimentare, nelle parole del presidente Filippo Ferrua: “E’ dannoso introdurre vincoli e divieti circoscritti solo a chi produce in Italia. Così si favoriscono gli stranieri, si penalizza la competitività italiana, si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro fra diretti e indotto”. Secondo Ferrua, “la norma, senza ragioni di tutela della salute o sicurezza alimentare, rischia di far sparire linee di produzione e di intaccare i livelli occupazionali. Fatto che, in un momento come questo, è davvero assurdo e in qualche modo perverso”.

La Coldiretti invece plaude all’approvazione della nuova norma. “E’ stata sconfitta la lobby delle aranciate senza arance che pretendeva di continuare a vendere acqua come fosse succo”, afferma il presidente Roberto Moncalvo e evidenzia che si stima che “grazie alla nuova norma duecento milioni di chili di arance all’anno in più saranno bevuti dai 23 milioni di italiani che consumano bibite gassate”.

Secondo la Coldiretti è una decisione che concorre a migliorare concretamente la qualità dell’alimentazione e a ridurre le spese sanitarie dovute alle malattie connesse all’obesità in forte aumento e dice: “Non va peraltro dimenticato l’impatto economico sulle imprese agricole poichè l’aumento della percentuale di frutta nelle bibite potrebbe salvare oltre diecimila ettari di agrumeti italiani con una estensione equivalente a circa ventimila campi da calcio, situati soprattutto in regioni come la Sicilia e la Calabria. Ad oggi per ogni aranciata venduta sugli scaffali a 1,3 euro al litro agli agricoltori vengono riconosciuti solo 3 centesimi per le arance contenute, del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e di raccolta. Una situazione che – concludono gli agricoltori – alimenta una intollerabile catena dello sfruttamento che colpisce lavoratori, agricoltori ed i trasformatori attenti al rispetto delle regole”.

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