Wild Horse Watching, alla ricerca dei cavalli selvaggi del Parco dell’Aveto

Reportage nel cuore del Parco dell’Aveto. Un viaggio per raccontare l’unica terra di cavalli selvaggi che esiste in Italia, tra le distese erbose si pratica il Wild Horse Watching in compagnia di una guida naturalistica pronta a raccontare una terra da favola e svelare i segreti di questi animali che segue tutto l’anno.

Tra cielo e mare, la cornice selvaggia dell’Aveto.
Esistono ancora i cavalli selvaggi? Stiamo forse parlando dei mustang del Far West o di qualche angolo del pianeta sperduto, lontano, troppo lontano dal nostro Belpaese? Niente di più sbagliato, i cavalli selvaggi sono a casa nostra, nell’Appennino Ligure del Parco naturale regionale dell’Aveto.
Si sono riconquistati la libertà per una strana coincidenza della vita, ma dalle terre selvagge e incontaminate non se ne vogliono più andare, non c è neve che li spaventi, né caldo afoso estivo che possa far paura a questi ungulati ritornati allo stadio “wild”.
Il contesto geografico calza loro a pennello, le vallate del Parco dell’Aveto sembrano disegnate per loro.
Si sono inseriti nella rete trofica perfettamente, sia come attori erbivori sia come prede per i “top predator” illustri quali il lupo. Hanno così arricchito l’ecosistema, dandogli una spolverata, o forse un più appropriato “restyling”, riportandolo indietro nel tempo. L’uomo, qui e altrove, sa creare squilibri facendo perdere preziose tessere del mosaico che compongono la biodiversità.
I cavalli garantiscono la biodiversità del pascolo, impedendo a erbe infestanti come il nardo (sgradito a mucche e pecore) di riprodursi.
Sospesi tra il cielo e le montagne come solo la Liguria sa fare, i cavalli selvaggi attraversano le praterie, le torbiere, gli specchi d’acqua del cuore del parco, mentre un piccolo “branco” di turisti, armati di macchine fotografiche e di binocoli cerca di avvistarli e avvicinarli senza recare disturbo, cerca insomma di fare un vero e proprio Horse Watching.
In una giornata d’inizio ottobre dall’aria particolarmente mite, tutto sembra pronto per cominciare al meglio questa avventura.

Horse Watching, sulle tracce dei cavalli.
Da Borzonasca, comune all’interno del parco, attraverso una strada sterrata si raggiunge sul versante sud del Monte Aiona, la Malga di Perlezzi, un’area prativa utilizzata, come indica il nome, per il pascolo d’alpeggio e per le attività relative alla produzione del latte e di un tipico formaggio. Si tratta di un bene frazionale, la gestione è condivisa da un consorzio di allevatori. A 1000 metri, lo sguardo si perde tra i ripidi pascoli, tra le manciate sparse di mucche e tra le alte montagne che fanno da sfondo. E’ dalla Malga che assieme all’appassionata guida Evelina Isola comincia il nostro Horse Watching. Un progetto che nasce nel 2012, forse ingiusto chiamarlo pioniero, perché qui in poco tempo si è già costruita una realtà ben organizzata in piena attività. C’è un marchio ben definito, una pagina facebook, un sito e il megafono mediatico ha già fatto rimbalzare la notizia su emittenti nazionali e oltre frontiera. Tuttavia è una sfida e una scommessa in atto e l’osservazione dei cavalli nel loro habitat è una fonte importantissima per crearsi una “biblioteca di dati” di etologia equina ad hoc, sfruttando una situazione come questa, unica in Italia.
Non ci sono casi analoghi, in tutta la penisola, di rinselvaticamento totale, senza l’ausilio dell’uomo in nessun periodo dell’anno. Le montagne dell’Aveto sono le prime terre in assoluto per il Wild Horse Watching.

Da problema a risorsa
E’ la dott.ssa Evelina Isola che ci racconta le origini che hanno portato alla “questione cavalli”. Tutto ha inizio quindici anni fa, il padrone di una decina di esemplari viene a mancare, e per questi cavalli che erano come tanti altri loro simili, lasciati al pascolo d’alpeggio nei mesi estivi, comincia una stagione nuova. Senza proprietario, questi capostipiti orfani cominciano a spargersi nelle aree boschive limitrofe alla loro casa d’origine. Crescono di numero, in un periodo hanno raggiunto le cinquanta unità. Le nuove generazioni non hanno mai avuto contatto con l’uomo. L’Horse Watching nasce con l’esclusiva finalità che i cavalli da problema diventino una risorsa del territorio, per l’intera valle: missione tutt’altro che facile.
Da subito entrano in gioco in tanti per tentare di far quadrare la situazione: enti pubblici, associazioni ambientaliste, gestori locali. «I cavalli per lo stato Italiano non sono né animali selvatici, né animali da affezione, sono animali da reddito – spiega Evelina – quindi questi dell’Aveto non hanno uno status quo e sono come randagi».
Nasce addirittura nel 2009 un protocollo d’intesa, per i cavalli si parla di spostamenti, si pianificano soluzioni di cattura e di affido ma nulla andò a buon fine, tra le righe del dibattito ci scappò persino una pagina di cronaca nera: 2 cavalli furono uccisi. Tuttavia il protocollo fu un nulla di fatto. Ha persistito, per fortuna, lo stato ” wild” e così ha avuto inizio la storia selvaggia che possiamo raccontare oggi.
«In questo momento ci sono 4 distinti branchi – racconta l’esperta – il più grande composto da 16 individui, gli altri composti da 8 e da 6, e infine vi è il gruppo degli scapoli con tre esemplari». «I primi dieci cavalli erano di due razze: Bardigiani e Franches-mountagnes» spiega Evelina. Nel sangue dei cavalli selvaggi scorre quindi questo misto e in effetti, riecheggiano tratti morfologici relativi alle due varietà.

Al lago di Giacopiane
Dalla Malga, in lontananza, notiamo le sagome del branco degli otto ma decidiamo di raggiungerle al nostro ritorno, così proseguiamo il safari fotografico in direzione Lago di Giacopiane, un bacino artificiale, meta per l’abbeveramento di bovini e ungulati. Lungo il percorso tra conche di origine glaciale, che hanno dato origine alle attuali torbiere, ci ritroviamo immersi in praterie umide caratterizzate da specie igrofile particolari, relitti glaciali che testimoniano le dinamiche del passato. In particolare, vi sono i prati di eriofori, di drosera e di pinguicola. I primi, contraddistinti dal loro fiore bianco a forma di piumino, perciò anche detti fiocchi di neve, appartengono a due specie: Eriophorum angustifolium e Eriophorum latifolium . Mentre le altre due specie riguardano le piante carnivore insettivore: Drosera rotundifolia e Pinguicola vulgaris. Le condizioni povere di azoto del suolo ne hanno favorito l’insediamento.
E’ il territorio ricco di pascoli e di acqua che ha garantito il successo dello stato brado dei cavalli. Si tratta di un luogo che non deluderebbe le raccomandazioni del veterinario, infatti, meglio che in scuderia, la natura fornisce tutto ciò di cui gli animali hanno bisogno. Per una dieta ricca di sali minerali, basta che i cavalli lecchino le rocce rosse, ricche in ferro, presenti nelle zone di torbiera. Per il reintegro di vitamina C vi sono le bacche di rosa canina che colorano tutta l’area. Per tenere alla lontana i parassiti non resta, invece, che cibarsi delle foglie di faggio contenenti una sostanza particolare, il creasoto, noto per le potenti proprietà vermifughe. I numerosi boschi di faggio della zona sono, infine, un prezioso riparo per i cavalli sia per temperature troppo calde che troppo fredde.
Al lago siamo da subito fortunati, intercalati tra le mandrie di mucche scoviamo facilmente diversi cavalli. Il branco è quello dei sedici, le condizioni miti autunnali fanno sì che gli animali siano parecchio dispersi. A catturare la nostra attenzione è il rapporto simbiotico delle madri con puledro. Cavalcano vicini, scendono assieme i dirupi. Ogni tanto è tempo della poppata di latte, e non appena il puledro si allontana basta un nitrito materno, le orecchie basse come monito, per richiamarlo a sé. Alzando lo sguardo, su una collina sopra il lago, notiamo lo stallone dominante, il suo ruolo è quello di proteggere il branco, è il cosiddetto “chiudifila” del gruppo. Accanto ad esso osserviamo brucare l’effettiva capo branco, ossia la fattrice più anziana, la cavalla Alfa. Fa parte del nucleo storico dei dieci, la femmina alfa è considerata la sapiente ed esperta, è lei a decidere gli spostamenti, le abbeverate, a controllare le fattrici più giovani e la crescita dei puledri. E’ lei la grande conoscitrice, ad esempio, delle erbe tossiche proibite.

L’incontro all’ombra della foresta
Arrampicandoci su questa collina, seguendo le tracce troviamo all’interno di una foresta di pini neri, la parte restante dei componenti del branco dei sedici. È un incontro che toglie il respiro. I cavalli sono tranquilli, in una sorta di riposo, e domina tra loro un vero gioco di sguardi. I cavalli gli uni accanto agli altri sembrano una cosa sola. Una geometria perfetta. Un eccelso spirito gregario. Attenti al rumore dei nostri passi, ci avviciniamo come da codice comportamentale in maniera ellittica e restando accucciati. Il cavallo da erbivoro preda è un ottimo osservatore, ma forse sente che con noi non c’è pericolo, vogliamo solo rubargli qualche scatto e non c’è via di fuga da mettere in atto.
Di fronte a loro, in silenzio, abbiamo modo di osservare come il branco sia davvero un’intesa di gerarchie e di linguaggio del corpo, un incrocio di interazioni visive e fisiche. La vita all’aria aperta porta con sé i benefici effetti del sole mostrandoci lo sviluppo di un robusto apparato muscolare-scheletrico.
Decidiamo di fare marcia indietro, tornando alla Malga, impressi nella mente abbiamo tutta la giornata, quei manti lucidissimi, le criniere folte e lunghe, le sgambettate dei puledri e le galoppate tutti uniti.

Gli scapoli
Sappiamo che in zona ci potrebbe essere il branco degli scapoli, per ora formato da tre individui. E’ un gruppo dinamico composto da giovani che hanno almeno due anni di età o da stalloni spodestati. Tra mutual grooming e lezioni di arte del combattimento, tutti gli elementi del branco sono sempre pronti a sfidare qualche stallone per rubargli il ruolo oppure tentano di portarsi via qualche femmina per dare loro stessi vita ad un nuovo branco.

La puledra Nutella
Alla Malga ci attende il branco di Nutella, una piccola puledrina di pochi mesi, ultima nata della famiglia dell’Aveto. Il nome le è stato assegnato dai fans di facebook ed è azzeccato sia per descrivere la sua tenerezza di cucciolo che il suo manto nocciola, non potevamo non farle un saluto, nonché qualche scatto, prima di rimetterci in pista verso casa.

Guerre, viaggi, lavoro agricolo e trasporto, la storia dell’uomo da sempre è accompagnata dai cavalli. Adesso qui nell’Aveto c’è un’occasione per ricambiare loro il favore, per invertire per una volta la rotta e far sì che siano gli uomini ad affiancarli nella loro storia, tutelandoli, osservandoli, nella loro storia vera, naturale: nella loro storia selvaggia.

 
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