L’olivina, dalla cristalloterapia alla riduzione dei gas serra

Secondo la definizione che troviamo su Wikipedia, l’olivina, è un minerale silicatico che, insieme ai granati, fa parte dei nesosilicati, caratterizzati da tetraedri isolati di SiO4. E’ composto da ossigeno e silicio. E allora, direte voi? Per quanto possa essere sconosciuta ai più, se non a coloro che praticano cristalloterapia, la sua importanza è stata messa in evidenza da un geochimico, Olaf Schuiling che dice: “La soluzione al riscaldamento globale, sta sotto ai nostri piedi”, perchè appunto essa sembra indicata come possibile soluzione dell’eccesso di gas serra presenti nell’atmosfera terrestre.

Teoria la sua, che ha ricevuto non poche critiche, come riportato dal New York Times, ma vediamo in cosa consiste. Questo minerale è presente sul nostro pianeta in quantità abbondanti, e secondo il geochimico, per avere un impatto tangibile sulla riduzione di gas serra ne occorrerebbe l’equivalente di tremila dighe di Hoover. Però la diga di Hoover “pesa” poco meno di 7 milioni di tonnellate. Facendo un calcolo apprissimativo, cioè moltiplicando per tremila la cifra è alquanto devastante.

Ma, secondo il geochimico, non sarebbe un problema, perchè tale quantità sarebbe già presente in giro per il mondo e facilmente estraibile grazie alle moderne tecniche di escavazione su larga scala. “Non è qualcosa di impensabile”, ha spiegato Schuiling. Mam coem funziona l’olivina?
Questo minerale è presente soprattutto nelle viscere della terra, poichè è un elemento vulcanico, ma quando è a contatto con gli elementi naturali all’aperto, assorbe lentamente il biossido di carbonio presente nell’atmosfera.

L’idea del ricercatore, quindi, è quella di diffondere sulla superficie terrestre quanta più olivina possibile. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’Olivina ha ridotto la CO2 “naturalmente per miliardi di anni, ma il dottor Schuiling vorrebbe velocizzare il processo, diffondendola su campi e spiagge, ma anche usandola per costruire dighe, strade, persino scatole di sabbia” (le aree-gioco per bambini che spesso vediamo nei giardini americani, in film e telefilm).

Gli olandesi che sono molto attenti alleproblematiche ambientali, hanno esscondato la teoria del professore e si sono già messe all’opera per diffondere il minerale. Secondo il reportage del quotidiano statunitense, l’Olanda è ormai diventata “un focolaio di olivina” e agli osservatori più attenti non sfuggirà la presenza “della roccia frantumata su sentieri, giardini e aree giochi”. Ma anche Eddy Wijinker, ingengere del suono, sempre olandese, ha colto l’opportunità, infatti ha creato un’azineda, greenSand che vende olivina peruso domestico e commerciale sia in Olanda che in altre parti d’Europa.

C’è però dello scetticismo, non privo di motivazioni, una fra tutte i tempi: l’olivina agisce in maniera molto lenta e occorrerebbero diversi decenni prima di vedere un reale impatto sull’atmosfera. Ogni avanzamento, anche minimo, nel combattere il riscaldamento globale può essere salutato con favore, ma il problema secondo gli scettici è che si rischia di ridurre risorse e tempo per altre ricerche più efficienti.

Ma vi sono altre reagioni, fra cui il potenziale inquinante dell’olivina: infatti, conterrebbe piccole quantità di metalli che potrebbero contaminare l’ambiente. Una quantità che, in base alle quantità occorrenti, potrebbe apportare più danni che benefici. E poi, ci sono i costi in termini ambientali di tutte le attività di escavazione, trasformazione e trasporto.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che le attività estrattive delle miniere sono spesso legate allo sfruttamento della manodopera nei Paesi meno sviluppati. Insomma, come tutte le pratiche di geoingegneria, anche quella relativa all’utilizzo dell’olivina genera, nella comunità scientifica, molti dubbi e preoccupazioni. E’ troppo presto ancora per dire se l’olivina potrà dare il suo contributo nella riduzione dei gas serra nel nostro ecosistema, e se i benefici sono maggiori rispetto ai possibili svantaggi.

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