Rosarno: Coldiretti, la nuova frontiera della schiavitù inizia dalle arance a 7 cent/kg

Lo sfruttamento della manodopera straniera e le forme contemporanee di schiavitù.  Per un chilo di arance prodotto nella piana di Rosarno vengono pagati meno di 7 centesimi al chilo. Non occorre essere esperti di economia agraria per capire che nessun imprenditore agricolo, con questi prezzi, è in grado di coprire anche i soli costi di produzione e raccolta per cui, se vuole rimanere sul mercato, dovrà necessariamente comprimerli. A denunciare il fatto è  il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel suo intervento all’iniziativa “Legalità, diritti, dignità. Da Rosarno si puo’” nel sottolineare che questa situazione alimenta una intollerabile catena dello sfruttamento che colpisce lavoratori, agricoltori ed i trasformatori attenti al rispetto delle regole.

E’ inaccettabile – dichiara Moncalvo – che per l’aranciata venduta sugli scaffali dei supermercati a 1,3 euro a bottiglia agli agricoltori arrivano solo 3 centesimi per le arance contenute. Va combattuto senza tregua il becero sfruttamento che – continua Moncalvo – colpisce la componente piu’ debole dei lavoratori agricoli come gli immigrati, ma anche le imprese agricole che subiscono la pressione e la concorrenza sleale di un contesto gravemente degradato. Con la trasparenza e la legalità si può interrompere un circolo vizioso che sottopaga il lavoro e il suo prodotto come dimostrano – precisa – Moncalvo – i tanti esempi virtuosi presenti nelle campagne italiane dove lavorano regolarmente oltre 322mila immigrati extracomunitari provenienti da 169 diverse nazioni che contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e rappresentano una componente indispensabile per garantire il successo del Made in Italy alimentare nel mondo.

Per questo su un territorio che puo’ offrire grandi opportunità di crescita e lavoro va garantita la legalità per combattere inquietanti fenomeni malavitosi che umiliano gli uomini e il proprio lavoro e gettano una ombra su un settore che -ha sostenuto Moncalvo – ha scelto con decisione la strada dell’attenzione alla sicurezza alimentare e ambientale, al servizio del bene comune. Noi – ha precisato Moncalvo – siamo portatori di un modello di sviluppo a servizio del bene comune, anche sul fronte della legalità: un modello che offre la possibilità di trasformare i rischi territoriali di emarginazione e sfruttamento malavitoso degli immigrati in opportunità imprenditoriali di integrazione e di inclusione sociale. Una battaglia per la qualità distintiva delle produzioni nazionali ma – ha precisato Moncalvo – anche contro il dumping sociale e per la promozione della responsabilità etica delle imprese rispetto a sicurezza e legalità del lavoro, a partire dagli immigrati impiegati nel settore.

L’esperienza di Rosarno – ha sostenuto Moncalvo – ci segnala come determinanti nel favorire fenomeni di irregolarità e quindi di sfruttamento e illegalità del lavoro le difficoltà strutturali dell’ agricoltura locale ma anche e sopratutto l’inefficienza e le distorsioni di una filiera sempre più lunga con la presenza di troppi soggetti terzi (commercianti, cooperative di servizio, intermediari) che ha creato terreno fertile per le infiltrazioni mafiose. Le giuste azioni repressivi – ha concluso la Coldiretti – devono essere dunque accompagnate con responsabilità da un impegno per accorciare la filiera per costruire un rapporto piu’ diretto tra i soggetti, garantire la trasparenza dell’informazione sul contenuto e sull’origine dei prodotti con il coraggio di parlare anche con le grandi multinazionali del settore.

Da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare, la vicenda di Rosarno non è l’eccezione. Ma, data la profondità della crisi e la crescita della disoccupazione, segna un altro drammatico passo della guerra fra i poveri che affonda le sue radici nella crisi economica mondiale, che da oltre trent’anni incalza il sistema capitalistico, e che la borghesia alimenta, consapevole che è uno dei più formidabili strumenti in suo possesso per far sì che i proletari continuino a ritrovarsi l’uno contro all’altro come nemici, nella concorrenza e perciò, bianchi e neri, migranti e locali, tutti votati alla sconfitta, come a Rosarno.

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