Addio alle “quote latte”, piano del Ministero per sostenere e valorizzare il latte italiano di qualità

Dal primo aprile va in pensione la misura di contingentamento della produzione di latte istituita dall’Europa dal 1984 con lo scopo di equilibrare il mercato e stabilizzare i prezzi. In tutti questi anni il mercato lattiero caseario comunitario è stato tenuto sotto controllo evitando eccessive produzioni con soglie annue da non superare, prevedendo in caso contrario penali piuttosto salate a carico di ogni produttore trovato nell’irregolarità

“Dobbiamo prepararci ad un cambio di fase – ha detto il Ministro Martina – e lo stiamo facendo in sinergia con le associazioni, le imprese e la grande distribuzione, mettendo in campo diversi strumenti. Mi riferisco ad esempio al logo unico per il latte italiano e al Fondo per la qualità del latte, previsto nell’ultima Legge di Stabilità, con una dotazione di 108 milioni di euro. Oggi – ha aggiunto Martina – entriamo in una stagione nuova che deve innanzitutto partire da una migliore strategia di posizionamento e di rafforzamento della nostra tipicità, dell’esperienza e del valore del latte fresco italiano, dei nostri formaggi Dop, della tracciabilità e della qualità dei nostri prodotti. Su queste partite abbiamo già aperto una serie di battaglie anche in sede europea, dove abbiamo già ottenuto la rateizzazione senza interessi per le multe della campagna 2014/2015. Andremo avanti su questa strada per tutelare il reddito dei nostri allevatori e promuovere al meglio il nostro latte”.

“Per la prima volta – ha proseguito il Ministro – abbiamo un logo unico per il latte fresco italiano e avvieremo una campagna di promozione mai fatta in questo Paese per rilanciare i consumi. Da qui ripartiamo per sostenere il settore, lavorando anche in prospettiva. Nel 2016, infatti, avvieremo il programma europeo ‘Latte nelle scuole’. C’è poi un grande tema aperto che è il rafforzamento degli strumenti contrattuali e una migliore organizzazione interprofessionale della filiera, soprattutto a sostegno degli allevatori. Il Governo c’è, vuol fare la sua parte, lasciandosi alle spalle anche una cattiva gestione del settore lattiero-caseario”.

“Sul fronte delle multe per lo sforamento delle quote latte, in dieci mesi abbiamo fatto quello che non è stato fatto in dieci anni. Personalmente ritengo che il punto fondamentale sia il rispetto delle regole, a garanzia dei tantissimi allevatori che hanno fatto sacrifici in tutti questi anni”.

Carlo Petrini  Solw food. Il sistema era nato per dare all’Europa autosufficienza alimentare e per questo, ormai da oltre cinquant’anni, i prezzi di cereali e latte, in primis, sono stati tenuti alti dall’artificiale supporto del denaro pubblico: quell’iniezione di risorse doveva spingere gli allevatori a produrre abbastanza per tutti gli europei e doveva assicurare loro un tenore di vita adeguato. Nei fatti, il sistema ha invece spinto a una crescita produttiva ben oltre le necessità interne, impossibile da assorbire per il mercato mondiale in una logica di libero scambio (sia per ragioni strutturali, poiché latte e derivati non si conservano a lungo; sia per ragioni politiche, poiché tutti i paesi sviluppati tendono a proteggere il proprio comparto lattiero caseario), rivelandosi profondamente contraddittorio.

Da decenni l’Ue spende per ritirare dal mercato ingenti quantità di burro e latte in polvere, allo scopo di tenere prezzi alti (la forma più moderna di aiuto diretto) e così facendo spinge il sistema di allevamento a produrre sempre di più, generando il bisogno di ulteriori acquisti di derrate, per scongiurare il crollo dei prezzi. Il classico cane che si morde la coda. Con la fine delle quote latte, questo sistema diventerà impensabile nelle forme che ha avuto fino ad ora e il mercato, si sostiene, troverà una propria regolamentazione autonoma. Il che è certamente vero, ma è una formulazione che trascura sempre di tenere in debito conto le vittime del processo di “autoregolamentazione”.

Gli allevatori che escono dal regime delle quote, infatti, sono stati (da due generazioni, non da ieri) abituati a pensare in termini quantitativi e poco altro. Hanno avuto per decenni un modello di qualità ad uso e consumo dell’industria lattiero casearia che ne ha livellato capacità e specificità. Soprattutto, se penso a quelli italiani, il loro savoir faire è stato compromesso per far loro produrre lo stesso latte che si può produrre (con costi infinitamente più bassi) in Germania, in Boemia o in Ungheria. La qualità del latte italiano, che storicamente era una qualità generata dalla diversità, il prodotto di territori molto differenti e di decine di razze bovine con attitudini lattifere ben individuate, è stata abbandonata a vantaggio di una qualità dei numeri: grassi oltre una certa percentuale, proteine oltre una certa percentuale e cellule somatiche al di sotto di una certa percentuale.

Ma è chiaro che quel sistema ha livellato la produzione, ha reso facile il compito di chi quel latte doveva lavorarlo e trasformarlo, ma ha tolto un vantaggio competitivo importante al Paese. Chi ha avallato quel sistema oltre trent’anni fa, oggi non dovrebbe stracciarsi le vesti o fare picchetti contro le cisterne che arrivano dall’estero: dovrebbe chiedersi se la sua fu politica per gli agricoltori o un’insipiente accondiscendenza nei confronti di interessi forti, nazionali ed europei. La risposta, finalmente ci siamo, è che il nostro latte, reso anonimo da decenni, tra pochi giorni si ritroverà a competere in un sistema di “libero mercato” con un latte identico che arriva in Italia a 10 centesimi in meno, al litro, dall’Est.

Il recupero di un’identità delle produzioni nazionali, la possibilità verificata di indicare il luogo di produzione, ma anche e soprattutto di dare conto al consumatore sulla dieta delle bovine, sul fatto che esse siano trattate secondo i più avanzati standard del benessere animale, così come il recupero di filiere di latte locali da razze autoctone, sono le chiavi per ricostruire il valore del latte italiano. C’è molto da fare, a partire dalla redistribuzione del reddito lungo la filiera (per ogni brick di latte venduto, l’allevatore non incassa che il 25-30% del prezzo) e dalla restituzione di anima e prestigio ai grandi formaggi italiani che sessantacinque anni dopo la carta di Stresa che per prima li tutelò, soffrono da tempo di un processo di trasformazione in commodity che ne deprime il prezzo e sopratutto ne brucia il valore agli occhi dei consumatori. Tutte le piccole produzioni, sia di latte sia di formaggi dalla lunga storia e dai gusti indimenticabili, che hanno resistito nonostante le difficoltà e il loro essere state in qualche modo anacronistiche rispetto al sistema dominante per decenni, sono un esempio da seguire e un insieme di micro-modelli locali da imitare e ridiffondere in ogni territorio. Si tratta di una grande sfida per il Ministro delle Politche Agricole e Forestali nell’anno di Expo, ma dal suo esito dipendono conseguenze molto più durature, per l’intera agricoltura italiana, di quelle che potranno scaturire dai luccicanti padiglioni di Rho.

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