Australia: sono 11mila i giovani italiani partiti per la terra dei canguri

Non sem­pre il sogno si avvera, e molto spesso si torna delusi e basto­nati alla base. Sono 11.000 i giovani italiani partiti per l’Australia, giovani con la laurea riposta nel cassetto, dispo­sti a spez­zarsi la schiena sotto il sole, a fare i lavori più umili, quelli che in patria lasciano volen­tieri alla mano d’opera venuta da lontano.

In attesa, ogni mat­tina all’alba in que­gli incroci pol­ve­rosi che chia­mano town, del fur­gon­cino gui­dato da abo­ri­geni sot­to­pa­gati che li pre­leva, se il far­mer decide di assu­merli per una gior­nata a rac­co­gliere frutta o vege­tali, a gover­nare gli ani­mali o anche solo a spa­lare letame. A rivelarlo un documentario di 45 minuti intitolato “Sgobbare: gli sporchi segreti dietro il cibo fresco”, in cui si evidenzia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nelle campagne australiane del Queensland.

Inoltre è pratica comune “dimenticarsi” di pagare gli stipendi, 3,95 dollari l’ora a 11 ore al giorno per raccogliere cipolle, vendemmiare o allevare polli. Esistono tre tipi di contratti lavorativi qui: full time, part time, casual. Nel caso venga stipulato un contratto, è il modello casual il preferito dai datori di lavoro. Consiste in un lavoro a chiamata, nessuna garanzia di continuità e nessun diritto aggiuntivo come ferie o malattia. Si tratta in larga maggioranza di giovani provenienti da paesi orientali, ma tra loro gli italiani sono centinaia, molti i diplomati o i laureati. Nel solo 2014 sono state 250 le segnalazioni di italiani delle condizioni di vero e proprio schiavismo incontrate nelle farm australiane. In tutto gli italiani di recente arrivo in Australia sono calcolati in 11 mila, ma ovviamente non è detto che siano tutti nelle campagne. I più tacciono sulle condizioni di lavoro perché hanno paura di perdere il preziosissimo permesso di soggiorno, che dà loro la speranza di cambiare vita.

Sfruttamento? Di certo le aziende locali stanno beneficiando della manodopera straniera a basso costo. Il sistema australiano però, a differenza ad esempio di quello italiano, fornisce così un percorso semplice e legale ai migranti che vogliono restare nel Paese per un paio d’anni. C’è però un altro modo per rinnovare il visto. È quello scelto da Matteo, che preferisce non rivelare il cognome per evitare problemi con la legge. “La strada è semplice ed è la stessa seguita da tanti altri italiani – racconta – Sono andato in una fattoria del Nuovo Galles del Sud. Ho dato 700 dollari al proprietario della fattoria, un australiano, e mi sono fatto firmare da lui la domanda di visto in cui si dice che ho svolto gli 88 giorni di lavoro necessario”.

Se tutto andrà bene, Mattia tra poco dovrebbe ricevere il nuovo visto. Il prezzo da pagare è però che dovrà fingere di aver veramente lavorato nelle campagne australiane per tre mesi. “Insomma – spiega – adesso che sono a Sydney non posso usare bancomat o carta di credito, e gli unici impieghi che posso accettare sono quelli in nero”. Il ministero dell’immigrazione ha cercato di metterci una pezza ma la rabbia è salita ancora perché il governo ha comunque respinto la richiesta di istituire una task-force internazionale per accertare i fatti e prevenire gli abusi.

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