Cia all’Expo con la forza dei giovani Laureati, appassionati, innovatori Sono i nuovi agricoltori

Dall’economista che si dà ai tartufi alla giovane ingegnere che s’innamora delle capre, dalla biologa che s’innamora della zucca di Cenerentola al giovane tunisino che affida ai campi la riscossa delle donne sono centinaia i casi di successo delle imprese agricole under 40.

“Giovani: il vivaio da coltivare per far crescere il Paese” questo il focus della prima giornata della Cia- Confederazione Italiana Agricoltori – all’Expo di Milano dove le imprese agricole under 35 sono presentate come i pilastri del futuro sviluppo del paese. Un vivaio che sta dando ottimi frutti: sono il volto completamente nuovo del lavoro dei campi. A portare avanti queste aziende che stanno puntando sulla tutela della biodiversità, sulla specializzazione, sul biologico, sull’integrazione di filiera in una visione di agricoltura multifunzionale per la costruzione di un modello sviluppo sostenibile sono giovani laureati, appassionati, che hanno puntato sulla terra pur venendo da esperienze e formazione a volte distantissime dall’agricoltura. E sono migliaia i casi di successo che la Cia può raccontare. E’ una narrazione per fatti e persone, per sentimenti e passioni, per produzione e innovazione che racconta l’Italia buona, intelligente, capace.

E’ il caso ad esempio di Deborah Armiento varesina che con la laurea di biologia in tasca comincia a lavorare in imprese multinazionali. La fatica non la spaventa, già da studentessa ha fatto cento lavori accompagnati dalla passione per il giardinaggio, ma lo stress da ufficio e da vita da pendolare non fanno per lei. Si licenzia e torna al suo lago, alla sua terra e intanto fa altri mestieri dalla cassiera alla commessa e si dedica a collezionare semi rari e fare giardinaggio quando può. Si accorge di aver messo insieme oltre 60 specie di zucche mangerecce così affitta un pezzo di terra e nel 2010 con il supporto del marito e della madre, da una svolta alla sua vita e avvia l’azienda agricola “La zucca di Cenerentola”: diventa imprenditore agricolo professionale, certifica l’orto e il frutteto biologico e apre un laboratorio di trasformazione dove prepara conserve dolci e salate. Oggi Deborah pratica l’agricoltura sinergica che significa coltivare ortaggi e frutta senza trattamenti chimici, seguendo i ritmi di madre natura.

Come Deborah un’altra giovane imprenditrice per arrivare alla terra ha seguito la strada del cuore. E’ Marta Zampieri è ingegnere idraulico, ama gli animali e la montagna. Per queste ragioni decide di stabilirsi a Cornigian, località a circa 1.200 mt di altitudine in provincia di Belluno, dove può vivere all’aria aperta e coltivare le sue passioni: l’alta quota e gli animali. Proprio per seguire i suoi desideri, Marta si “inventa” l’allevamento di caprette, ma non caprette qualsiasi: caprette da cashmere. La sua vita da allevatrice è nata quasi per caso o forse per sbaglio: la famiglia di Marta, originaria di un paesino di pianura in provincia di Treviso, non ha infatti legami con la terra. Il padre era dirigente d’azienda e la mamma insegnante di lettere. Dopo il Liceo scientifico, Marta intraprende gli studi di ingegneria a Padova e nel 1997 prende la residenza a Zoldo Alto, paese di montagna del bellunese dove conosce Nicola Mosena, suo futuro marito, proprietario di terreni di famiglia. Nel 2000 si laurea in ingegneria civile idraulica, sei mesi di insegnamento di matematica e fisica alle scuole medie in provincia di Treviso e poi un lavoro sicuro e ben remunerato in uno studio di ingegneria prima e come libero professionista dopo. Non è, però, questa la vita che cerca e così, per caso, leggendo un articolo su una rivista, scopre che in Toscana c’è una signora americana che alleva caprette da cashmere che definisce “decespugliatori ecologici”. Marta voleva recuperare i terreni del marito, sempre più lasciati allo stato di abbandono e così a maggio del 2005 va in vacanza nell’agriturismo di questa allevatrice per saperne di più.

Quei cinque giorni sono all’origine della mossa temeraria di Marta, mollare tutto e ricominciare dalla natura: inizia ad allevare le prime 9 caprette che si adattano perfettamente alla vita di montagna e al suo clima rigido. Sono inoltre un formidabile aiuto per la pulizia dei prati nel periodo della fienagione, nutrendosi di fieno e di tutti gli arbusti che trova nel bosco. La capra da cashmere è una capra che non si tosa, ma si pettina in quanto il cashmere è costituito dal sottopelo dell’animale, che viene via a ciocche; ecco che capre nere danno cashmere bianco o grigio e capre bianche danno cashmere beige. Oggi nella fattoria Kornigian “abitano” 64 capre, 13 pecore alpagote, 14 capre nane, 48 galline e 1 gallo. L’azienda produce marmellate, uova, ricotte, crescenza, yogurt, la panna cotta, la caciottina e tutti i prodotti legati al cashmere.

Non dissimile è la storia da quella di Matteo Bartolini, 37 anni, è un giovane imprenditore agricolo di Città di Castello e l’attuale Presidente del Ceja, (Consiglio Europeo dei Giovani Agricoltori; 30 organizzazioni in 24 paesi e due milioni di produttori in tutta Europa) il cui obiettivo è quello di promuovere un quadro normativo a sostegno del ricambio generazionale nel settore agricolo. Tutta la famiglia di Matteo è appassionata di natura, anche se nessuno è in realtà un agricoltore di professione: il padre Carlo è artigiano, ha una carrozzeria ben avviata, mentre la mamma Maria Teresa è proprietaria di un bar. Tocca dunque a Matteo abbracciare fino in fondo i valori della terra: dopo gli studi in economia a Bologna e diversi lavori in Italia e all’estero per pagarsi le rette, prevale in lui l’attaccamento alla sua città natale, il fascino della vita in campagna. Così Matteo cerca di metter su una sua azienda, ma gli esordi sono duri fin quando utilizzando uno dei bandi dell’OIGA, (Osservatorio per l’Imprenditorialità Giovanile in Agricoltura), avvia con l’Università di Perugia un progetto rigoroso e scientifico finalizzato alla coltivazione del tartufo in tutte le stagioni e ad accorciarne i tempi di raccolta.

Impianta 400 piante tartufigene micorizzate di 4 diverse tipologie in varie parti del suo terreno: tre di tartufo nero e una di bianchetto (il tartufo bianco pregiato non si può coltivare ex novo, si può solo espandere una coltivazione già esistente). Ad ogni pianta applica dei sensori che forniscono informazioni continue, 5 rilevazioni ogni ora, per capire il momento giusto per intervenire con l’irrigazione e concimazione, cose normalmente affidate all’esperienza e all’intuito dei singoli produttori. Gli strumenti utilizzati sono sofisticati, tecnologicamente avanzati e dal costo elevato. Nel 2007 Matteo ha un’altra intuizione: fonda la prima scuola italiana dedicata al tartufo ai cui corsi partecipano ospiti provenienti dagli Stati Uniti, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Nei suoi corsi fa conoscere i vari tipi di tartufo presenti in natura, la loro stagionalità e le regole per una ricerca responsabile, nel rispetto della natura circostante.

Ma c’è anche chi è nata stilista e si è ritrovata imprenditrice agricola. Come Donatella Manetti, fiorentina. Inizialmente lavora nell’ambito dell’industria tessile come product manager per alcune delle maggiori case di moda italiane come Krizia, Lancetti creazioni, Byblos. Donatella viene da una famiglia creativa dove soprattutto le donne si sono dedicate all’arte e ne hanno fatto un mestiere. Ma a un certo punto Donatella si innamora di Lazzaro Borghesi, un agronomo. Insieme decidono di investire sull’agricoltura per riconquistare il rispetto del tempo e della natura. Con suo marito compra, ad Offagna nelle Marche, un casale diroccato con 5 ettari di terreno, lo ristrutturano e nel 2004 iniziano l’attività agricola. Producono Uve Rosso Conero Doc e Lavanda e, dal 2006, Donatella, decide di lasciare definitivamente la sua professione nella moda e diventare agricoltore a titolo principale. L’azienda va subito bene e collabora con la facoltà di Agraria dell’Università delle Marche per progetti di ricerca che riguardano la densità degli impianti (piantare viti a distanza temporale diverse e verificare negli anni la produzione).

Una storia d’amore e di terra è quella di Vito Bova e Manuela Tripodi. Sono due giovani produttori, compagni nella vita e nel lavoro. Dopo la laurea, complice la crisi e la disoccupazione, hanno deciso di impegnarsi nell’azienda zootecnica abruzzese dello zio di Manuela, a Castel del Monte dove vengono allevati ovini e prodotti formaggi tra cui il canestrato. Vito, classe 1977, dopo il diploma si iscrive alla facoltà di Agraria a Viterbo, convinto e fiducioso che il futuro possa aprire sbocchi nuovi e interessanti in un settore cardine dell’economia italiana: il cibo Made in Italy. Durante gli anni dell’università conosce Manuela, anch’ella iscritta all’ateneo di Viterbo ma al corso di “Conservazione dei Beni Culturali” con indirizzo archeologico. Il mondo del lavoro è in crisi, i due giovani non trovano un’occupazione e, così, iniziano a promuovere e vendere prodotti tipici locali e ad avvicinarsi al mondo della piccola imprenditoria. Decidono di unirsi all’attività dello zio di Manuela, titolare di un’antica azienda zootecnica a Castel del Monte e imparano l’arte della caseificazione, portando le proprie conoscenze in una realtà dove è necessario il rinnovamento. Grazie al lavoro di Vito e Manuela, oggi siamo di fronte ad un’azienda multifunzionale: alla tradizionale attività dell’allevamento ovino sono stati avviati diversi settori che hanno consentito di sviluppare ed ampliare, in modo sostenibile, una realtà agricola moderna.

Ilary Rey è una ragazza di 28 anni, una vera e propria “manager” che insieme al marito ha creato un’azienda giovane e internazionale che produce e trasforma in prodotto finito il pistacchio di Bronte. Ilary si laurea in “Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali” all’Università di Catania e segue un master in “Internazionalizzazione delle imprese” svolgendo uno stage di tre mesi a Chicago presso l’American Chamber of Commerce of Midwest, contribuendo all’organizzazione di eventi per la promozione del Made in Italy quali la fiera “Food and Wine” di Chicago e la “Fashion Week” di Dallas. Queste esperienze segnano il suo percorso professionale: Ilary comprende che può sfruttare i suoi studi e le competenze acquisite per valorizzare le eccellenze del suo territorio.

Da manager a frutticoltore è il percorso di Gianni Trovati. nato e cresciuto a Roma. Frequenta la facoltà di Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza e assiste a corsi alla School of Business di Tampere (Finlandia). E’ stato presidente dell'”Erasmus Student Network”, l’associazione degli studenti assegnatari di borse di studio Erasmus. Durante questo periodo conosce la futura moglie, Svetlana, che gli darà due figli. Dopo la laurea e aver ottenuto un master in Business Administration presso il MIB di Trieste, entra nel mondo del lavoro lavorando per aziende quali l’Oreal Saipo Industriale (settore commerciale), Manetti e Roberts (come Assistant Product Manager di Borotalco) e Ely Lilly (come brand manager).

Grazie alla sua formazione e alle esperienze aziendali, Giovanni nel 2005 decide di avviare una propria attività sui terreni di famiglia a Leonforte, in Sicilia, creando l’azienda “Samperi”: grazie alle sue conoscenze manageriali percepisce le potenzialità del territorio, in particolare della Pesca di Leonforte a cui inizia a dedicare tutto il suo tempo. Nel 2008 è premiato dall’OIGA (Osservatorio Imprenditorialità Giovanile in Agricoltura) per avere inserito importanti innovazioni nella pratiche della sua azienda.

L’Azienda Agricola Samperi coltiva la famosa “Pesca insacchettata” su una superfice di 11 ettari e per ottenere il massimo da questo frutto Giovanni investite importanti capitali per integrare verticalmente e perfettamente tutti i cicli produttivi ed avere il controllo totale sul prodotto.

E c’è infine chi è un protagonista della primavera araba e che oggi sostanzia l’idea della Cia di costruire una strategia di agri-pacekeeping. E’ il caso di Fares Dhaoui che con la sua, Société Méditerranéenne de production agricole, giovane agricoltore tunisino vincitore del premio Cia “Bandiera Verde Med” 2014, ha costruito una rivoluzione verde. La sua azienda è specializzata inorticole: dalle lattughe ai carciofi passando per tutto ciò che è verde. Ebbene nella sua azienda ha dato luogo a un codice etico: pari dignità, pari salario, pari orario per uomini e donne che anzi sono la struttura portante. Oggi Fares esporta in tutto il Mediterraneo ed è convinto che dalla terra può arrivare un messaggio di vera pacificazione del bacino. In Expo verrà per nutrire il pianeta con una speranza, quella di dare con il suo esempio energia alla vita.

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