100% rinnovabili: Greenpeace, un nuovo futuro per le piccole isole

Una ricetta per salvaguardare il turismo e assicurare uno sviluppo sostenibile alle isole minori italiane, facendo risparmiare agli italiani decine di milioni di euro, esiste e si può attuare fin da oggi: occorre abbandonare il petrolio e puntare su un mix di efficienza energetica, solare e altre rinnovabili. È quanto emerge dal nuovo report di Greenpeace “100% rinnovabili: un nuovo futuro per le piccole isole”.

Le isole minori italiane – 20 paradisi turistici, tra cui Lampedusa, Pantelleria, Favignana, Giglio, Tremiti – oggi producono la quasi totalità della loro energia con generatori diesel inquinanti e costosi. Una scelta che i cittadini italiani pagano in bolletta con oltre 60 milioni di euro l’anno. Come riassunto nel report, grazie all’efficienza energetica e alle rinnovabili queste isole potrebbero invece abbandonare per sempre il petrolio, e soddisfare interamente la propria domanda di energia in modo pulito.

L’Italia, come altre realtà di punta nella diffusione delle rinnovabili (Germania, Danimarca, Spagna, California), dovrà affrontare la delicata trasformazione della rete elettrica in smart grid. I prossimi anni saranno quindi importanti nella messa a punto di soluzioni gestionali e tecnologiche che, una volta sperimentate, potranno avere poi una diffusione in tutto il mondo. Le piccole isole che si avviano in un percorso di sostenibilità energetica rappresentano ambienti ideali per anticipare soluzioni ed effettuare sperimentazioni mirate ad ottimizzare le scelte. Un laboratorio, dunque, dove validare opzioni che potranno essere adottate su scala territoriale più ampia e replicate nelle molte aree del mondo non collegate alla rete elettrica che evolveranno verso la costruzione di minigrids. La situazione attuale vede una presenza marginale dell’impiego di fonti rinnovabili nelle isole minori italiane. Le ragioni di questa situazione, che stride con la rapida evoluzione che si è registrata nel resto del Paese, sono diverse. Si stima che siano in funzione circa 0,5 MW fotovoltaici (un impianto da 1,2 MW è in fase di installazione a Lipari) e sono state attivate alcune esperienze pilota.

Ad esempio, nel carcere presente sull’isola della Gorgona sono stati auto-costruiti dai detenuti 80 metri quadri di collettori solari termici. A Ventotene, dove operano quattro generatori diesel da 600 kW ciascuno e sono presenti alcuni impianti fotovoltaici, Enel ha installato un sistema di accumulo (Li-Ion 300 kW/600 kWh) al fine di ottimizzare l’esercizio elettrico, aumentare la stabilità della rete e ridurre il consumo di gasolio.  Nelle isole minori sono invece praticamente assenti gli impianti eolici.È inoltre interessante notare che, mentre la domanda elettrica in Italia è cresciuta in media dello 0,3 per cento negli ultimi 12 anni, il tasso annuo medio delle nostre isole minori è stato pari al 2,2 per cento. Questa differenza è dovuta in parte alla tipicità dei consumi legati al turismo, ma in parte deriva dall’utilizzo assolutamente inefficiente dell’energia elettrica (si pensi alla produzione di acqua calda). I due principali elementi che hanno bloccato la diffusione delle fonti rinnovabili sono rappresentati dalla particolare realtà dei produttori, che operano in regime di monopolio nella generazione e distribuzione elettrica, da una complessità maggiore rispetto al territorio nazionale nella gestione del sistema elettrico e dalla rigida tutela del paesaggio da parte delle autorità preposte. Inoltre è sempre mancato, e manca tuttora, un chiaro indirizzo da parte del governo centrale che spinga queste isole verso le rinnovabili e l’efficienza, attirando così investimenti e creando posti di lavoro.

In effetti, l’attuale quadro normativo di remunerazione della generazione elettrica (rimborso a piè di lista) e la mancanza di obblighi sul versante dell’efficienza e delle rinnovabili hanno determinato l’assenza di interesse ad interventi diretti da parte dei produttori locali e una resistenza alla installazione di impianti da parte di altri soggetti, sia privati che pubblici. La motivazione addotta per giustificare questo atteggiamento di chiusura ha sempre fatto riferimento alle esigenze di sicurezza nella gestione della rete, ma con le tecnologie attuali questo ostacolo si può agevolmente superare. L’altro elemento che ha scoraggiato la diffusione di impianti solari e impedito la realizzazione di impianti eolici, anche di piccola taglia, è legato alla impostazione delle Soprintendenze per i Beni Culturali e Ambientali che, con rare eccezioni, risultano molto restie a fornire le autorizzazioni necessarie.

100% RINNOVABILI: UN NUOVO FUTURO PER LE PICCOLE ISOLE
In relazione al mancato utilizzo di energie rinnovabili è sintomatico quanto scritto sul sito dell’Unione Nazionale Imprese Elettriche Minori (UNIEM), che continua a non rendersi conto della direzione ormai intrapresa da moltissime altre isole nel mondo, e del rischio di perdere un treno importante a cui sono legati anche settori fondamentali come il turismo: “Dal punto di vista economico, l’assenza di gas e carbone nelle isole fa sì che i gruppi elettrogeni a diesel siano la second best choice. Se confrontati con impianti rinnovabili, fotovoltaico e eolico, il costo d’investimento dei motori diesel è da tre a dieci volte inferiore. Costi che non considerano poi il reale potenziale di installare impianti rinnovabili stretti tra i vincoli paesaggistici imposti dalle Soprintendenze, la morfologia del territorio e i limiti tecnici di rete, con un massimo del 30% della capacità di carico che può provenire da produzione rinnovabile non programmabile”. Un altro elemento da considerare riguarda l’attuale maggior costo di generazione legato ai generatori diesel presenti nelle 13 isole non gestite da Enel. Tale sovrapprezzo viene scaricato sulle bollette di tutti i cittadini italiani attraverso la componente UC4, inserita negli oneri del sistema elettrico, che nel 2013 ammontava a 70 milioni di euro.

Le restanti 8 isole non interconnesse, gestite da Enel Produzione, non partecipano a meccanismi di integrazione per la distribuzione e misura, mentre sono ammesse al regime di reintegrazione dei costi per l’attività di produzione valutato in 10 milioni €/a.
Secondo l’UNIEM, i costi medi sostenuti dalle aziende sono rappresentati dal combustibile per il 55 per cento. Quindi i maggiori costi di generazione nelle isole minori non interconnesse sono valutabili in 80 milioni €/a. Un “tesoretto” da amministrare con intelligenza, che non deve più essere usato come sussidio ai combustibili fossili, ma per favorire la transizione verso le rinnovabili e l’uso razionale dell’energia. Un passaggio che, se gestito in modo virtuoso, consentirà la progressiva riduzione di questa cifra attualmente a carico di tutti i consumatori finali. In effetti, sono in fase avanzata di definizione nuove norme che potrebbero consentire di avviare la trasformazione energetica delle isole. I primi documenti che sono circolati sono ancora molto timidi, ma già hanno smosso le acque. Purtroppo l’atteggiamento prevalente dei gestori è ancora “difensivo” e incapace di comprendere le opportunità che potrebbero emergere anche dal punto di vista dei costi, come si può notare dalla seguente affermazione del Presidente di UNIEM a proposito delle novità che dovrebbero portare ad investimenti nel settore dell’efficienza e delle rinnovabili: “Senz’altro la componente UC4 aumenterà per tali investimenti in nuova capacità e per i costi indiretti legati al potenziamento della rete e alle eventuali sovvenzioni. E non possono che essere le nostre aziende protagoniste di questo percorso, posto che la nozione di “scala” nelle isole minori rende ancora più delicata la questione dell’integrazione delle energie rinnovabili. Le isole minori italiane sono un patrimonio di indubbia bellezza, per storia, paesaggio e cultura, e non devono diventare laboratori di sperimentazione”.

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