Consumi: la crisi non è finita, rapporto Istat sui consumi delle famiglie nel 2014

Seppure il livello di spesa è rimasto su livelli complessivamente stabili, attestandosi su una media mensile di 436 euro, quello passato è stato un altro anno in cui il carrello alimentare delle famiglie italiane è restato semivuoto, senza riuscire a invertire l’evoluzione negativa iniziata nel 2008 (-6%). Lo afferma il presidente Dino Scanavino della Cia (Confederazione italiana agricoltori), in merito al rapporto sui consumi delle famiglie nel 2014 diffuso oggi dall’Istat.

Ciò nonostante, su una spesa media complessiva di circa 2.490 euro, le famiglie italiane destinano ancora il 17,5% (nel 2013 era il 19,5%) all’acquisto di cibo e bevande; un budget importante -osserva Scanavino- secondo soltanto alle spese per l’abitazione.

In particolare, nella busta della spesa per la tavola, lo scorso anno si è avuta meno carne, i cui acquisti mensili in valore sono calati di oltre il 2%, meno latte e formaggi (-1%) e meno bevande (-5%). Ma la contrazione percentuale più forte -fa notare il presidente della Cia- ha riguardato il comparto degli oli vegetali dove, per effetto dei forti cali produttivi e della crisi, gli italiani hanno ridotto il loro budget familiare del 9%. A trovare più spazio in dispensa sono stati invece soprattutto i piatti pronti, con una media mensile che ha superato i 10 euro per famiglia. Anche nel 2014 non si è ridotta la percentuale (13%) di chi si rivolge agli hard-discount per l’acquisto di generi alimentari, praticamente 3 milioni di famiglie, con un peso ancora più importante se si considerano i giovani under 35 (18%), le famiglie straniere (quasi il 24%) e le famiglie del Sud Italia (15%).

La provincia di Bolzano, il Piemonte e il Trentino sono stati i territori dove, in valori assoluti, si è speso di più per mangiare, mentre in coda alla classifica l’Abruzzo con un budget mensile inferiore ai 400 euro. Al di là dei numeri -osserva Scanavino- la prolungata situazione di riduzione dei consumi alimentari, che inevitabilmente si riflette sui redditi delle imprese agricole, continua a destare molta preoccupazione. L’importante propensione all’export, che sempre maggiormente caratterizza il Made in Italy agroalimentare, da sola rischia di essere non sufficiente per bilanciare le perdite interne e per invertire la fase d’incertezza che pesa sul futuro degli agricoltori.

I timidi segnali di ripresa che, da inizio anno, stanno caratterizzando il quadro economico nazionale per riflettersi stabilmente sui consumi alimentari -sottolinea il presidente della Cia- devono necessariamente essere trasferiti sulla fase agricola della filiera. Aggregazione dell’offerta; organizzazione delle filiere; semplificazione amministrativa; internazionalizzazione, defiscalizzazione e modernizzazione del mercato del lavoro. Sono queste le principali priorità necessarie a ridare certezze e maggiore valorizzazione al patrimonio agroalimentare italiano. Elementi fondamentali per invertire definitivamente quel trend negativo che, a partire dall’inizio della crisi, ha caratterizzato a varie riprese i consumi e la spesa alimentare degli italiani.

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