Luca Parmitano dallo spazio agli abissi per conto della Nasa

Sotto di me il fondo dell’Atlantico è visibile, e la trasparenza dell’acqua donerebbe l’illusione di essere sospesi nel nulla, come uccelli in volo, le nostre braccia come ali dispiegate nel vento, se non fosse per la tinta blu scuro che filtra ogni colore. Così, in un post su Facebook, Luca Parmitano racconta la discesa verso la base sottomarina Aquarius, che per due settimane sarà la sua casa.

Siamo a circa dieci chilometri dalla costa di Key Largo: galleggiamo accanto alla barca di supporto, con la quale siamo arrivati fin qui, quattro Aquanauti pronti all’immersione. Oltre a me, l’astronauta NASA Serena Aunon, l’astronauta JAXA Norishige “Nemo” Kanai e l’ingegnere EVA Dave Coan, anche lui della NASA: il mio equipaggio per le prossime due settimane. Attendono un mio segnale. Do loro il mio cenno di “ok”, poi mi immergo e mi fermo intorno a tre metri di profondità, per accertarmi che tutti possano scendere senza problemi. Quando sono certo che le tre mute bianche si distaccano con facilità dalla superficie del mare, ricomincio la mia discesa, inizialmente verticale, poi, non appena intravedo Aquarius, in diagonale direttamente verso l’habitat. La visibilità orizzontale non è ottima, rispetto a quella verticale, e il laboratorio sottomarino è un’informe massa giallastra, di cui intuisco, più che percepisco, le dimensioni. Ma non ho alcuna fretta: avrò tutto il tempo per studiarlo a fondo, dentro e fuori.

Il programma della prima immersione prevede solo una serie di foto, la cui coreografia abbiamo studiato stamattina, all’Aquarius Reef Base, insieme al Program Manager di NEEMO, Bill Todd, e al fotografo “ufficiale” della missione. Dopo una ventina di minuti abbiamo completato tutte le pose. L’equipaggio saluta rapidamente Bill, poi indico ai miei tre compagni di portarsi verso l’ingresso di Aquarius. Io entrerò per ultimo. Dentro, ad accoglierci, troviamo “Otter” (ovvero “Lontra”), e Sean. I due tecnici fanno parte dell’equipaggio “permanente” di Aquarius, e sono responsabili della manutenzione ordinaria e straordinaria dell’Habitat. Sono sommozzatori molto esperti, e Otter in particolare ha accompagnato oltre 25 spedizioni.

Prima ancora di smettere le mute, Otter ci guida nelle procedure di emergenza che comportano l’evacuazione verso il “Gazebo”, una piccola campana piena d’aria che utilizziamo sia come latrina (i rifiuti organici solidi vengono immediatamente ingeriti da migliaia di famelici pesci), sia come rifugio in caso di emergenza. Il Gazebo è infatti attrezzato con boccagli che distribuiscono NITROX, per permettere agli Aquanauti di riemergere in caso di necessità. Poi finalmente è il momento di entrare nell’avamposto sottomarino. L’emozione non è molto diversa da quella che ho provato quando, qualche tempo fa, sono entrato per la prima volta nella Stazione Spaziale Internazionale: qui le dimenzioni sono ridotte, e l’intero habitat è poco più grande di un modulo orbitale. Ma non importa: in tutto vivremo qui solo due settimane.

Aquarius è diviso in quattro parti: “wet porch”, “entry lock”, “main lock”, “sleep zone”. Il wet porch è un cubo bullonato al cilindro principale, che contiene le altre tra parti: da una apertura posta sul pavimento è possibile uscire, immergendosi. Immediatamente sotto è posizionata una griglia per permettere di appoggiarsu durante le EVA, e anche per facilitare il passaggio verso il Gazebo, al quale dobbiamo avere accesso immediato per i bisogni. Il wetporch è una zona di lavoro: lì sono posizionati i caschi Superlite, le nostre mute e tutto il materiale da EVA. C’è anche una piccola doccia per togliere dal corpo l’acqua salata. Il wet porch non è ventilato, e la temperatura è dettata da quella dell’Oceano. A luglio è terribilmente caldo, e l’umidità (vicina al 100%) non migliora certo le condizioni.

È quindi con estremo sollievo che, attraverso una porta stagna, si passa nell’entry lock. Siamo nel cilindro principale dell’habitat, ventilato e condizionato. Le pareti curve, e gli oblò spessissimi, servono a ricordarmi che mi trovo a quindici metri di profondità. Qui abbiamo installato la stazione di comunicazione radio e i computer che ci tengono in contatto con la superficie. C’è anche un lavello, che utilizziamo per lavarci, e varie apparecchiature di controllo del corretto funzionamento di Aquarius. Il compartimento è completamente isolabile, attraverso la porta che ho appena attraversato e un’altra diametralmente opposta, che permette di entrare nel main lock.

Questo è il cuore di Aquarius. Mi ricorda moltissimo il Service Module del segmento russo dell’ISS: anche qui c’è un tavolo, che diventa immediatamente il punto naturale di raccolta dell’equipaggio. C’è un altro lavello (con l’acqua calda per preparare il cibo liofilizzato), la cambusa con il cibo, un frigo (piccolo e poco efficace), ma soprattutto un oblò enorme e ipnotico. Attraverso una tenda si passa nell’ultimo compartimento, quello con i nostri sei minuscoli letti. Grandi (o piccoli) come quelli di un vecchio “vagone letto”, saranno il solo spazio che ci appartiene per le prossime due settimane.

Non ho molto tempo per fermarmi e cercare di assorbire tutto – conclude Parmitano. È già ora di prepararsi per la prima immersione direttamente da Aquarius; le mute sono ancora bagnate (sono passate pochissime ore dal nostro ingresso ), ma non importa. Siamo pronti.

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