Quando l’agricoltura macchia più del petrolio

Anche quest’anno, come tutti gli anni, alla fine è arrivata l’estate. Tutti non vedono l’ora di andare in ferie, con la sabbia tra i piedi e il mare negli occhi. Vanno bene i Caraibi, ma ci si accontenta anche di Maldive o Le Seychelles. Tuttavia, se lo stipendio non è alto, ci si può accontentare di Rosignano Solvay, provincia di Livorno, dove la spiaggia è bianca e l’acqua è turchese chiaro.

Potere della natura? Giammai: questi colori, purtroppo, sono il risultato del grave inquinamento generato da una fabbrica che, ironia della sorte, ha anche dato il nome al paese. La Solvay appunto. L’azienda si occupa di prodotti chimici e farmaceutici, in particolare soda e bicarbonato che, nel corso degli anni, sono stati scaricati a mare e hanno prodotto uno scenario dalle tinte chimicamente tropicali.

Un grave reato, non solo per l’ambiente ma anche per la fauna marina. Una malsana abitudine del nostro Paese che colpisce gran parte del Mar Adriatico e delle sue mete turistiche. In Abruzzo, ad esempio, la cosiddetta Regione Verde d’Europa, la campagna 2015 di Goletta Verde ha rilevato come “fortemente inquinati” ben sette punti della costa abruzzese sui nove monitorati. I punti in questione sono tutti vicino alle foci dei fiumi, i quali portano fino al mare rifiuti e sostanze nocive prodotte in tutto il territorio. Per colpa delle perforazioni petrolifere, così come denunciato dalla maggior parte dei movimenti ambientalisti? Assolutamente no: il vero responsabile è la mancanza di depuratori funzionanti, che rende la situazione estremamente critica e pericolosa. Con le istituzioni locali conniventi, che sfilano contro la ricerca petrolifera di giorno, mentre di notte non provvedono a finanziare l’acquisto di nuovi depuratori.

Ma chi è che produce tutto questo inquinamento? La risposta vi stupirà, ma il maggiore responsabile è l’agricoltura, in particolare quella biologica. Come denuncia un articolo del Sole 24 Ore e il blog Gocce di Verità, l’agricoltura biologica di massa ha un impatto potenzialmente devastante sull’ambiente, perché fa uso di sostanze tossiche e nocive, benché “naturali”: “Contrariamente a quanto si pensa, gli agrofarmaci consentiti in agricoltura biologica hanno un grave impatto ambientale”. Basta leggere una confezione di un insetticida per agricoltura biologica: «Altamente tossico per gli organismi acquatici. Può provocare a lungo termine effetti negativi per l’ambiente acquatico», e «il prodotto contiene una sostanza attiva tossica per le api. Non trattare in fioritura le fruttifere: non trattare le altre colture nelle ore serali. Operare in assenza di vento».

Senza dimenticare l’uso di composti del rame (il famoso verderame) come fungicidi biologici, che hanno inquinato (e inquinano) stabilmente i vigneti con metalli pesanti che distruggono la fertilità dei suoli”. Ci illudiamo che l’agricoltura sia il regno del bucolico e del pastorale, dove tutto è verde e sano, mentre per contro alcuni comparti industriali, come quello energetico o degli idrocarburi, sia sporco e corrotto per definizione, come nero è il colore del petrolio. Ma le cose possono essere un tantino diverse, poiché anche l’agricoltura poco responsabile prevede un utilizzo massiccio di fertilizzanti, pesticidi e altre sostanze chimiche che inquinano il suolo, possono penetrare nelle falde acquifere e da lì ai fiumi, per finire la loro corsa nei mari italiani.

Un circolo vizioso che difficilmente viene riconosciuto e denunciato. Perché a volte è molto più facile e populista puntare il dito contro il mondo delle famigerate “multinazionali” e non contro il povero ed esile contadino. Bisogna imparare a riconoscere i veri nemici dell’ambiente per poterli combattere. Slogan e stereotipi in questo caso non sono d’aiuto.

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