l “dirimpettaio” della Terra si chiama HD 219134b 31 luglio 2015

È il pianeta roccioso più vicino alla Terra, lontano “appena” 21 anni luce da noi. Si chiama HD 219134b ed è stato scoperto da un gruppo di ricerca internazionale, coordinato da Ati Motalebi dell’Osservatorio di Ginevra, che comprende anche ricercatori dell’università di Padova e dell’Inaf.

Il pianeta appena scoperto  è ospitato da una stella brillante di quinta magnitudine (HD 219134), visibile anche a occhio nudo, nella costellazione di Cassiopea. È una cosiddetta nana di tipo K, ovvero simile al nostro Sole ma leggermente più fredda e più piccola. Il pianeta appena scoperto ha un raggio di 1,6 volte il raggio terrestre, una massa di quattro volte e mezza quella della Terra e una densità di circa 6 g/cm³. Valori che confermano HD 219134b a pieno titolo come una “superterra”. Un po’ più grande del nostro pianeta, dunque, ma molto più piccolo di Urano e Nettuno. Eclissa a intervalli regolari il disco della propria stella madre. Il suo anno, ovvero il periodo orbitale, dura appena tre giorni, il che rende la sua temperatura incandescente.

Giampaolo Piotto, docente all’università di Padova e membro del team – spiega – “È un pianeta con caratteristiche molto simili a quelle della Terra, sebbene non ospitale alla vita. Tuttavia quello che risulta più importante è che ci stiamo avvicinando sempre più alla individuazione di un pianeta analogo al nostro. Non ci siamo ancora, ma con l’Agenzia spaziale europea stiamo costruendo un satellite (Plato) che sicuramente raggiungerà lo scopo. Ci vorranno ancora dieci anni, ma alla fine siamo certi che troveremo un’altra Terra, probabilmente vicina a noi”. E aggiunge Giusi Micela, direttore dell’Osservatorio astronomico di Palermo dell’Inaf e membro del gruppo di ricerca che ha portato a questo risultato, in fase di pubblicazione nella rivista Astronomy & Astrophysics: “È il pianeta roccioso confermato più vicino a noi, il che spalanca prospettive emozionanti per studiarne l’atmosfera in un prossimo futuro”.

Ma le sorprese non sono finite qui. Gli scienziati hanno infatti scoperto che il pianeta è solo il corpo più interno di un sistema planetario composto da altri tre pianeti. Questi sono rispettivamente un’altra superterra di 2,7 masse terresti su un’orbita di 6,8 giorni di periodo, un pianeta nettuniano di 9 masse terrestri e 47 giorni di periodo, e infine un pianeta gigante (62 masse terrestri, circa due terzi del nostro Saturno) molto più distante, con ben tre anni di periodo.

“Il pianeta è stato scoperto con il telescopio nazionale Galileo – spiega il direttore Emilio Molinari – nell’ambito di un programma di ricerca di pianeti rocciosi simili alla Terra, condotto con il miglior ‘cacciatore di pianeti’ attualmente disponibile a Terra, HARPS-N”. Si tratta di uno strumento spettroscopico montato sul telescopio nazionale Galileo nell’isola di La Palma alle Canarie. HARPS-N è stato sviluppato e installato grazie a una vasta collaborazione internazionale che include, oltre all’osservatorio di Ginevra, partner italiani, un consorzio di università inglesi e l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (USA). Questo strumento è in grado di misurare la velocità radiale della stella ospitante con una precisione che non ha rivali in tutto l’emisfero boreale e ciò ha permesso di individuare il pianeta grazie al minuscolo “dondolio” che la sua presenza induce gravitazionalmente sulla stella. Tale misura ha consentito di ricavare la massa del pianeta.

Oltre ad HARPS-N gli scienziati hanno utilizzato anche il telescopio spaziale Spitzer della Nasa, per cercare il segnale del “transito” del pianeta di fronte alla sua stella ospite, dato che solo in questo modo potevano misurare il raggio del pianeta e dunque il suo volume. Una volta noti volume e massa si poteva ottenere la densità e dunque stabilire se il pianeta fosse roccioso come la Terra, o gassoso come Giove. Spitzer lavora nelle lunghezze d’onda infrarosse al di fuori delle sorgenti di disturbo presenti nella nostra atmosfera. Misurando la luminosità della stella HD 219134 durante la finestra temporale predetta, il telescopio ha effettivamente rilevato una minuscola diminuzione di luce, della durata di poche ore: il transito di HD 219134b. Dall’entità di questa diminuzione è stato possibile stabilire il raggio del pianeta.

La notizia di questo nuovo pianeta giunge a pochi giorni di distanza dall’annuncio della scoperta da parte della Nasa, nell’ambito del progetto Kepler, di K452b definito il “cugino” della Terra. “La scoperta della Nasa è molto interessante – sottolinea Piotto – ma di quel pianeta non siamo in grado di misurare la massa con la strumentazione attuale. Non conosciamo la sua densità, non sappiamo se è un pianeta roccioso come la Terra o gassoso, come Urano e Nettuno. E soprattutto K452b si trova a una distanza di 1.400 anni luce. Quello che abbiamo scoperto invece è uno dei pianeti più vicini a noi”.

E questo è solo il primo passo. Attualmente infatti Padova è coinvolta in due progetti con l’Agenzia spaziale europea. Il primo è Cheops (CHaracterising ExOPlanets Satellite) una missione che prevede il lancio di un satellite nel 2017 per lo studio dei pianeti extrasolari. L’“occhio” del satellite in particolare, il telescopio, è stato sviluppato e progettato dai ricercatori dell’Inaf-Osservatorio Astronomico di Padova e la responsabilità della costruzione e dell’assemblaggio sarà tutta italiana. “Questo progetto – spiega Piotto – sarà molto utile per studiare meglio il pianeta appena scoperto e per cercare di capire come è fatto”.

È previsto invece per il 2024 il lancio di Plato (Planetary Transits and Oscillations of Stars), concettualmente simile a Kepler, che andrà alla ricerca di nuovi pianeti, cercherà di rilevare la loro numerosità, di individuare quali stelle possono ospitarne. “Il nuovo satellite avrà 34 telescopi e anche in questo secondo caso la progettazione è padovana” dice il docente. E a Padova spetterà anche il compito di selezionare le stelle attorno alle quali andare a cercare i pianeti.

Si stanno insomma ponendo le basi per trovare pianeti simili alla Terra, pianeti che verranno osservati nel dettaglio per capire come è composta la loro atmosfera e vedere se questa contiene molecole che in qualche modo possano ricondurre a qualche forma di vita. “Ormai abbiamo capito che più del 50% delle stelle ha un sistema planetario – conclude Piotto – Immagino che esistano altri pianeti che potrebbero avere sviluppato qualche forma di vita. Al momento non ne abbiamo trovati, ma è solo questione di pazienza e la prospettiva è dell’ordine del decennio”. Il problema per ora è di natura tecnologica ma la scienza, si sa, si muove molto in fretta.

Fonte IlBOMagazine.it

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