Dieci Regioni dicono no al petrolio siamo sicuri che ne valga la pena?

È da anni ormai che l’Italia non naviga in acque “tranquille”, strangolata da una crisi di cui non si riesce a vedere la fine. Disoccupazione a doppia cifra, diffusa soprattutto al Sud e tra le donne, ripresa che non si riesce a capire se sia effettivamente cominciata o meno. I numeri sono tanti, troppi, e spesso contraddittori.

Eppure non perdiamo l’occasione di farci del male con le nostre mani. Gli amministratori di Puglia, Basilicata, Marche, Abruzzo, Veneto, Molise, Liguria, Sardegna, Calabria e Campania vogliono cancellare, tramite referendum, quelle parti dello Sblocca Italia che offrono la possibilità di estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. Alcune di esse, per esempio, si oppongono alla TAP (Trans Adriatic Pipeline), gasdotto di importanza strategica per il nostro Paese e per l’Europa.

Come riportato da Il Sole 24 Ore, “il referendum delle Regioni antipetrolio «per difendere il nostro mare e il nostro territorio» potrà dare libero sfogo alle demagogie profonde ma è difficile che possa sortire un beneficio importante per l’ambiente e per un diverso modello di sviluppo”. Meno petrolio, spiega il quotidiano, si traduce in “meno royalty per pagare scuole e ospedali e significa più petroliere che importeranno greggio sfiorando le spiagge”. Senza dimenticare una bolletta energetica più salata.

A meno che, ovviamente, non smetteremo tutti di andare a lavoro e in giro in macchina nei prossimi mesi. Anche considerando il tanto temuto impatto sull’ambiente, ridurre le estrazioni avrebbe poco senso, perché la maggior parte dell’inquinamento marino viene dall’entroterra (agricoltura, piccola e media industria e soprattutto fogne e depuratori cittadini malfunzionanti).

“In Puglia e in Abruzzo, Regioni durissime contro le perforazioni, gli esiti delle analisi della Goletta Verde di Legambiente sono sconfortanti per gli scarichi dei depuratori”, scrive il Sole 24 Ore. In aggiunta, aumenta il traffico delle petroliere, che sono molto più vulnerabili e pericolose per l’ambiente rispetto a una piattaforma petrolifera. Oltretutto, con il prezzo del petrolio ai minimi storici e il grosso peso dell’opposizione interna e delle lungaggini burocratiche, anche la fiorente industria italiana dell’offshore sta andando in crisi. Come riportato dal Corriere di Romagna, secondo Franco Nanni del Roca (Ravenna Offshore Contractor Association), migliaia di posti di lavoro sono a rischio.

Nel ravennate ci sono circa 5.000 occupati, tra imprese del settore e indotto, tutti posti potenzialmente in pericolo. Prima il crollo del pezzo del greggio, a circa 40 dollari il barile (forse a 30 prima della fine dell’anno). Poi il referendum sullo Sblocca Italia, che potrebbe portare a una nuova polarizzazione ideologica dell’opinione pubblica, con il rischio di rallentare o addirittura bloccare le richieste di produzione di idrocarburi attualmente in fase di valutazione. Mentre le perforazioni, secondo le parole di Nanni “sarebbero un toccasana per le imprese che oggi vanno a cercare la più piccola commessa in capo al mondo. Le nostre aziende devono fare fronte a una situazione difficile. Il crollo del petrolio ha determinato la sospensione, il congelamento e in alcuni casi anche la cancellazione di contratti importanti.”

Finora l’Emilia Romagna ha deciso di non aderire al referendum abrogativo di alcune norme, consapevole di mettere a repentaglio migliaia di famiglie. Anche Rosario Crocetta, governatore della Sicilia, è uno dei grandi assenti dal fronte No Triv, forse anche grazie alla sua esperienza come sindaco di Gela, città che deve molto della sua economia al petrolio. Non si è fatto scrupoli invece il sindaco di Viggiano, Comune della Basilicata, che si è fieramente schierato contro le trivelle “vicine alla piazza Papa Giovanni XXIII ove transita la processione della Madonna nera”. Ai posteri l’ardua sentenza.

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