Integratori alimentari: FederSalus, basta creare allarmismi non aumentano il rischio di tumore alla prostata

E’ di pochi giorni fa la notizia di uno studio della A.U.O. Città della Salute e della Scienza di Torino diffuso dalle riviste americane ‘Nature Reviews Urology’ e ‘The Prostate’, che mette sotto accusa gli integratori alimentari. Un errore che alimenta confusione nei consumatori. Secondo lo studio sostanze come Selenio, Licopeni e Catechine del Té Verde, sono responsabili di un aumento del rischio di sviluppare il tumore alla prostata. FederSalus, Associazione Nazionale Produttori e Distributori Prodotti Salutistici desidera fornire alcune precisazioni per evitare di generare confusione e allarmismo nel consumatore italiano. Al fine di fare chiarezza a beneficio dei lettori, l’Associazione precisa che:

I prodotti impiegati nello studio non sono integratori alimentari. Due delle sostanze oggetto dello studio sono state assunte dai pazienti coinvolti in quantità doppie rispetto all’uso raccomandato dalle Linee Guida del Ministero della Salute. Ad eccezione del Selenio infatti, somministrato in 55 mcg (Linee guida MinSal: 83mcg), l’apporto del Licopene corrisponde a 35 mg, più del doppio del limite consentito dalle Linee Guida del MinSal: 15 mg, e quello delle Catechine del Té Verde a 600 mg contro i 300 mg dell’Epigallocatechingallato raccomandati dal Ministero della Salute. Tali dosaggi, contenuti in un’unica pillola, impediscono la catalogazione dei prodotti somministrati come integratori alimentari. FederSalus ci tiene a sottolineare che agli apporti previsti negli integratori alimentari dalle normative nazionale europee, le sostanze utilizzate nello studio sono considerate assolutamente sicure e con attività funzionali menzionate in etichetta.

Le conclusioni tratte dalla valutazione dello studio sono fuorvianti. Lo studio è condotto su pazienti con manifestazioni già conclamate di adenoma pre-canceroso. Sono stati trattati 60 pazienti con una condizione ‘pre-tumorale’ della prostata (HGPIN e/o ASAP), con un rischio elevato di sviluppare in seguito un tumore. Queste lesioni evolvono infatti in carcinoma in circa il 30% dei casi. Dei 60 pazienti iniziali, solo 53 sono arrivati al primo end point (6 mesi), e di questi solo 13 (il 24,5%) hanno sviluppato effettivamente un carcinoma prostatico, di cui 10 trattati con la supplementazione (ad alto dosaggio), e 3 con il placebo, a cui si sono aggiunti altri 3 del gruppo placebo dopo 37 mesi, per un totale di 16 su 53.

Sulla base di queste considerazioni è importante sottolineare che il sovradosaggio di qualunque sostanza può avere effetti nocivi. FederSalus ha chiesto un parere al Prof. Alberto Martina, Medico e Professore a contratto presso il Dipartimento di Scienze del farmaco Università di Pavia e docente al Master di II livello in Nutraceutica dell’Università di Pavia. “Lo studio è stato condotto su soggetti che hanno già una situazione di rischio elevato di sviluppare un tumore conclamato alla prostata perché hanno già delle lesioni pre-cancerose – afferma il Prof. Martina – . I dosaggi utilizzati inoltre sono il doppio della norma. Qualunque prodotto usato fuori dal range di tollerabilità può costituire un pericolo, in presenza di una lesione anche il concetto stesso di integratore, che lavora per il mantenimento del benessere o sulla riduzione di un fattore di rischio, non vale più. Questo studio dimostra che l’uso incongruo di determinati principi attivi, e non di integratori, non dà un effetto favorevole e non riesce a fermare l’evoluzione di un tumore prostatico, il che è ben diverso dal dire che gli integratori aumentano il tumore alla prostata”.

Perchè dunque chiamare integratori alimentari prodotti che contengono sostanze a così elevate concentrazioni per ottenere un’azione terapeutica?

Al convegno “Integratori alimentari in pillole: vero o falso?” che si terrà il 9 ottobre presso il Parco della Biodiversità in EXPO2015 autorevoli medici e farmacologi chiariranno alcuni dei luoghi comuni più diffusi sugli integratori alimentari e affronteranno il tema dell’ impiego di sostanze contenute negli integratori in studi clinici non sempre correttamente impostati e che si prestano a conclusioni affettate e ad una facile cassa di risonanza mediatica che crea confusione più che corretta informazione al consumatore.

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