Giornata mondiale del rifugiato: 21,5 milioni i rifugiati ambientali per colpa dei cambiamenti climatici

Oggi si celebra la Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Secondo il rapporto di Greenpeace Germania “Climate Change, Migration and Displacement”, ogni anno 21,5 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case a causa di siccità, tempeste o alluvioni. Se prendiamo in considerazione il solo 2015, si tratta di un numero quasi doppio rispetto alle persone costrette a fuggire da guerre e violenza.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha sviluppato il concetto di “migrazione ambientale”: il cambiamento climatico porta al degrado ambientale cui contribuiscono anche altri fattori, come ad esempio lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Il degrado ambientale distrugge le basi materiali della sussistenza e sempre più espone le persone colpite al rischio di disastri naturali.

“Eventi meteorologici estremi sempre più frequenti costringono milioni di persone nei Paesi più poveri ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza”, dichiara Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “I Paesi più industrializzati e i Paesi in via di sviluppo devono lavorare insieme per trovare soluzioni concrete, sia per affrontare direttamente questi fenomeni che per sostenere e proteggere chi non ha altra scelta che lasciare la propria casa”.

l clima sta cambiando: il 2016 è stato l’anno più caldo da quando abbiamo cominciato a rilevare le temperature globali ed è stato il terzo anno consecutivo con questo record. Le temperature medie globali adesso sono 1,1°C sopra le temperature medie prima dell’inizio dell’era industriale. Temperature da record sono state accompagnate da innalzamento del livello del mare, disastri naturali improvvisi e altri cambiamenti graduali ma in continuo aumento. Il rischio per la popolazione di dover abbandonare la propria terra a causa di disastri naturali oggi è del 60 per cento maggiore di quaranta anni fa. Ogni anno mediamente ci sono 21,5 milioni di persone sfollate a causa di un disastro naturale.

In molte aree del pianeta, il clima è diventato instabile e il cambiamento climatico sta contribuendo a un aumento degli eventi meteorologici estremi e dei disastri ad essi associati. Sempre più persone stanno perdendo le basi stesse della propria sussistenza e vengono forzate a lasciare la loro casa e migrare altrove. Il cambiamento climatico e il degrado ambientale oggi sono cause di flussi migratori assai più rilevanti di quanto molti possono immaginare. Nel frattempo, la questione della fuga e della migrazione di popolazioni numerose ha raggiunto un livello elevato nell’agenda europea. Le associazioni umanitarie hanno registrato numeri angoscianti per il 2016, con circa cinquemila persone morte nella pericolosa traversata verso l’Europa, spesso su imbarcazioni malandate. Le morti di cui non sappiamo nulla sono molte di più.

Anche solo per raggiungere la costa meridionale del Mediterraneo, molti migranti affrontano situazioni critiche permesi o anche anni. Il numero di coloro che hanno perso la vita lungo la strada non viene registrato, ma si stima che ogni anno tale cifra sia equivalente a quella degli annegati nel Mediterraneo.

Molti progetti di ricerca e molte iniziative politiche sono basate oggi sul comune sentire e obiettivo che la migrazione è un passo importante nell’adattamento al cambiamento climatico. L’obiettivo comune è di fornire un aiuto migliore ai gruppi di popolazioni particolarmente vulnerabili e ai migranti che fuggono dagli effetti del cambiamento climatico e ambientale. L’obiettivo è di aumentare la resilienza di coloro che abitano aree vulnerabili per prevenire migrazioni non volute e favorire quelle desiderate. Uno dei focus del le ricerche attuali è capire che opportunità può offrire la migrazione alle comunità (e agli Stati) che perdono popolazione come a quelle che accolgono i migranti.

Alluvioni, tempeste, siccità e fame possono privare le persone dei loro diritti fondamentali: il diritto alla vita, alla libertà personale, alla sicurezza, al cibo, ad avere casa, acqua, salute, educazione. Ciò rende le migrazioni correlate ai cambiamenti climatici parte del dibattito sui diritti umani. Quei Paesi, e quei gruppi sociali, che meno hanno contribuito al risaldamento globale continueranno ad essere particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento del clima. Assicurare alle popolazioni colpite e ai migranti un aiuto concreto deve essere considerato come un primo passo per una maggiore giustizia climatica. Accogliere migranti che fuggono dal degrado ambientale è questione di giustizia e solidarietà. Per questo, i Paesi del Nord del Pianeta hanno l’obbligo immediato di moltiplicare i loro sforzi per accelerare la transizione dalle fonti fossili alle energie rinnovabili.

Condividi questo articolo: 




 

Altre Notizie